I Grandi Classici – Il soccombente di Thomas Bernhard: in un mondo senza senso il delirio è uno stile di vita

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Ci sono tredici anni di distanza tra la pubblicazione di Camminare e quella de Il soccombente, risalendo il primo al 1970 ed il secondo al 1983: in questo senso, potrebbe stupire la sorprendente maturità del primo, romanzo breve o comunque più breve, rispetto alla compiutezza del secondo, sia dal punto di vista strutturale che stilistico. Quest’ultimo aspetto è senza dubbio quello più rimarchevole, quello che ci fa eleggere Thomas Bernhard portatore assolutamente certo di Grandi Classici, ancorché scomparso “solo” nel 1989: perché questo scrittore, poeta, drammaturgo e giornalista è stato, per ammissione universale, uno dei più grandi autori del ‘900, e non solamente di lingua tedesca.

Ma per raggiungere una simile uniformità di giudizio non può bastare l’aspetto tematico dell’opera omnia. Bernhard, per chi si sobbarchi la fatica di leggere i suoi lavori, tocca una moltitudine di temi universali, dipinge il disagio dell’uomo contemporaneo, sonda gli archetipi: ma lo fa, oltre che adattando in maniera encomiabile lo stile alla materia, creando uno stile del tutto personale, riconoscibile quanto un brand sin dalle prime righe – ossessivo, puntiglioso, angosciante, basato su un’ecolalia devastante, che rallenta la lettura ma che dipana le volute di menti anomale.

Thomas Bernhard

Come quelle di Camminare e de Il soccombente, appunto: quest’ultimo, raccontando la storia fittizia dell’incontro di tre virtuosi del pianoforte in occasione di un corso superiore tenuto da Vladimir Horovitz. Ma mentre due di costoro sono ottimi pianisti, il terzo è Glenn Gould: e basta l’ascolto una sola esecuzione delle Variazioni Goldberg da parte di Gould per troncare la carriera degli altri due. In maniera diversa, però: se per il narratore la questione è riconducibile ad un catalizzatore per una resa esistenziale annunciata, per Wertheimer, il terzo del gruppo nonché Il soccombente di cui al titolo – così lo aveva soprannominato lo stesso Gould – l’incontro col genio canadese significa l’inizio della fine, la discesa in un abisso che avrà conseguenze inaspettate e tragiche.

Glenn Gould

Se il riassunto della trama de Il soccombente è relativamente semplice, una sinossi vera e propria risulta però quasi impossibile: perché quanto sopra viene filtrato dalle parole del narratore, protagonista e onnisciente, ma dalla personalità patologia, ossessivo-compulsiva che per  certi versi si potrebbe definire quasi autistica. «Si era barricato nella sua casa. Barricato per tutta la vita. Noi tre abbiamo sempre avuto il desiderio di barricarsi in casa per tutta la vita. Fin dalla nascita tutti e tre abbiamo avuto il desiderio fanatico di barricarci in casa». Nell’edizione Adelphi che abbiamo avuto a disposizione, Il soccombente consta di oltre 180 pagine, tutte senza un solo “a capo”, tutte con lo stile della citazione soprastante, o della seguente: «Il Mozarteum è stato una cattiva scuola, pensai mentre entravo nella locanda, anche se sotto un certo aspetto per noi è stata la migliore perché ci ha aperto gli occhi». È così con continui ritorni, ripetizioni, ecolalie e contraddizioni che viene detto tutto ed il suo contrario, a delineare una personalità anche bipolare, sorretta da uno stile narrativo che possiamo senza dubbio alcuno far risalire al flusso di coscienza ma venato di patologia – non è certo un caso che anche qui, come in Camminare, aleggia la presenza del manicomio. E anche qui, è ben presente il non sequitur come base di ogni ragionamento fondante, di ogni giustificazione comportamentale: nulla è oggettivo, tutto è arbitrario, anche se attraverso il meccanismo dell’assolutizzazione viene presentato come ineluttabile.

Altro protagonista dello stile di Il soccombente è l’assolutizzazione, ritmata dagli avverbi che dominano la pagina: i personaggi di Bernhard sono totalmente privi di senso della prospettiva, delle proporzioni, del senso dello scorrer del tempo e della variabilità delle situazioni. Esiste solo l’hic et nunc, soltanto il giudizio istantaneo che per quanto possa venire totalmente sovvertito è granitico nel momento in cui viene emesso. Dopodiché, de Il soccombente è stato giustamente detto che si tratta di un romanzo sul tema della grazia e dell’invidia, e su quello ancor più terribile del non riuscire ad essere. Ciò è indubbiamente vero, e affascinante: ma al di là dell’aspetto formale, il non riuscire ad essere, nella fattispecie del protagonista, è una condizione esistenziale e non contingente – sovviene alla mente il Guccini di Lettera, il Dave Spritz di The Weather Man le cui possibilità di vivere si restringono secondo dopo secondo. L’incontro con Glenn Gould costituisce una catastrofe contingente solo per due personalità dalla disperata ricerca di un motivo per fallire, e per esercitare una violenza agghiacciante: verso se stessi, o anche eterodiretta verso per persone vicine, i parenti, gli amici. Quello di Bernhard è “un delirante universo senza amore”, dove l’esistenza, a prescindere dall’incontro con il Glenn Gould di turno, è comunque un abisso di pena del tutto privo di senso e piacere.

Fitto anche di notazioni sociali giocate sul filo del classismo, in un certo senso speculare rispetto al punto di vista di un Taxi Driver, complementare ad un Hubert Selby Jr. – i protagonisti sono tutti ben più che benestanti & petulantiIl soccombente è un’opera imprescindibile per immergersi nello spirito dell’uomo del Novecento, a cui sono sottratti tutti i riferimenti e tutte le motivazioni per resistere nell’esistenza: ivi compresa l’Arte, e notiamo che Il soccombente il primo volume di una Trilogia delle Arti che comprende anche i romanzi A colpi d’ascia e Antichi Maestri.

L’assenza di talento, o di un talento sufficiente – qualsiasi cosa ciò voglia dire – in fondo è l’ultimo dei problemi. O addirittura un falso problema. Assolutamente. O no?

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

 

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