Nuove malattie psichiatriche che nascono dalla povertà vitale

Sempre più soli, sempre più malati

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Si fa ancora molta fatica a parlare delle malattie psichiatriche, circondate da una spessa coltre di nebbia. Nella maggior parte dei casi viene tutto messo a tacere, si nasconde, “la gente non deve sapere”, una vergogna. La verità è che l’ignoto ci fa una paura terribile. (http://www.artspecialday.com/9art/2017/10/15/tabu-malattie-psichiatriche/)

Eppure sarà ben il caso di aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà: oltre 18 milioni di italiani soffrono di malattie mentaliSecondo l’OMS entro il 2020 colpiranno più del cancro e del diabete. Nel mondo, il 10-20% di bambini e adolescenti soffre di disturbi mentali e le condizioni neuropsichiatriche sono attualmente la principale causa di disabilità nei giovani. La metà di tutte le malattie mentali inizia verso i 14 anni, tre quarti entro i 25 anni. Se non trattate queste condizioni possono influenzare pesantemente lo sviluppo dei giovani e la possibilità di condurre vite soddisfacenti da adulti.

4 milioni di persone in Italia, 300 milioni al mondo sono colpite da depressione, sebbene i numeri siano in continuo aumento (+18% negli ultimi anni). 60 milioni soffrono di disturbo affettivo bipolare, 23 milioni di schizofrenia. 800 mila le persone nel mondo che ogni anno muoiono per suicidio (seconda causa di morte mondiale tra 15 e 29 anni). Gli psicofarmaci sono diventati una scorciatoia, per azzittire i problemi che ci frullano nella testa. Aumentato dell’8% il consumo di ansiolitici, in particolare delle benzodiazepine (350 milioni di euro l’anno spesi in ansiolitici, solo in Italia). I più comuni sono diazepam (Valium), alprazolam (Xanax), lorazepam (Tavor) e bromazepam (Lexotan), 8 milioni gli italiani trattati con antidepressivi e antipsicotici.

Perché, nonostante il continuo progresso, le malattie mentali aumentano?

La nostra società è diventata sempre più competitiva, più individualistica. La mancanza di affetti e principi tramandati di generazione in generazione lascia delle voragini, impossibili da riempire solo con tv ed internet.

Quanto contano la povertà vitale, l’impoverimento sociale e la perdita delle relazioni?

Mi piace il nuovo concetto di “povertà vitale” (Alberto Siracusano, psichiatra, 2018) che va al di là della mera ristrettezza economica e sociale. Si tratta di un impoverimento più globale, culturale, relazionale, affettivo, valoriale, sempre più diffuso nella nostra società e che rappresenta un substrato favorevole all’interno del quale si sviluppa disagio, senso di smarrimento, difficoltà ad investire nel futuro e a fare progetti.

Mancano ideali e principi, punti di riferimento concreti e solidamente presenti. Troppo imprigionati nel progresso per tornare ad uno stato primitivo, in un completo e rigenerante contatto con la natura, troppo assetati di semplicità per non ammalarci.

Il post guerra è stato estremamente difficile, con povertà e tutto da ricostruire,  ma le famiglie facevano rete ed i ragazzini giovano assieme all’aperto. Vi era un’educazione piu’ rigorosa, forte e ben presente, con il rispetto dei ruoli e dell’anzianità. Di lì a poco sarebbe arrivato il boom declinato con arte, musica, lavoro, nuove idee.

 

L’equilibrio e solidità dell’individuo arrivano dalla sua dimensione umana, con rapporti e relazioni sociali ben radicate e forti.

Nel IV secolo a.C. per Aristotele l’uomo era un animale sociale, che tendeva ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. Nel terzo millenio non resta che una società liquida, di relazioni superficiali (Bauman). Domina un forte individualismo, con persone sempre più sole, isolate, ingrigite e tristi. Deboli e malati cronici, in un sistema che per sua opportunità ci sfrutta, quasi come la macchina di Matrix.

Abbiamo disimparato ad amare i colori, la vita, la bellezza dei momenti autentici. Usiamo le persone, ci affezioniamo alle cose, distruggiamo la natura, ci nutriamo di intrugli chimici, il denaro è più importante della vita. Sprechiamo momenti preziosi, siamo legati a quelle stesse tecnologie che avrebbero dovuto migliorare le condizioni di vita. Prigionieri di telefoni e pc, incapaci di relazionarci con altri esseri viventi. Bambini parcheggiati davanti ad uno schermo per non farli frignare.

Negli ultimi decenni si è diffuso prima in Asia, poi anche negli Stati Uniti ed in Europa, il fenomeno Hikikomori, dal giapponese hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”, ovvero ritirarsi dalla vita sociale, con livelli estremi di isolamento e confinamento. Secondo gli psicologi è l’esasperata risposta al contesto familiare giapponese, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna. Gli adolescenti asiatici, inoltre, subiscono una fortissima pressione della società verso l’autorealizzazione ed il successo personale, punti cardine della cultura nipponica.

Per ora anche questo viene trattato come un disturbo mentale (con sedute di psicoterapia e psicofarmaci) o come problema di socializzazione. Gli hikikomori soffrono tipicamente di depressione e di comportamenti ossessivo-compulsivi, automisofobia (paura di essere sporchi) e manie di persecuzione. Hanno un ritmo circadiano sonno-veglia completamente invertito, con le ore notturne dedicate a manga ed internet (chat, videogiochi, etc), incapaci di cercare lavoro o frequentare la scuola.

Si suppone che in Italia gli invisibili siano circa 100 mila, tra i 13 e i 20 anni. L’argomento è stato affrontato anche nel convegno “Supereroi fragili, adolescenti oggi tra disagi e opportunità” (Centro Studi Erickson-Rimini, maggio 2019), in cui la sindrome prende le linee delle dipendenze. Per questi soggetti che retrocedono allo stadio di non comunicabilità occorre in primis recuperare proprio il dia-logos.

E’ ormai comprovato che per alcune patologie (psichiatriche, ma anche psicosomatiche) sia necessario agire a monte, nella cabina di regia. Il cervello, infatti, influenza anche le difese immunitarie ed innesca un procedimento circolare che può essere vizioso o virtuoso, a seconda di quale direzione prende il paziente (relazione bidirezionale tra mente e corpo, vedesi anche PNEI PsicoNeuroEndocrinoImmunologia)

Cerchiamo la pastiglia per risolvere o alleviare il sintomo, ma molto si può trovare nel comunicare, sciogliendo il disagio che è nato dentro l’individuo.

Ha stupito il rapper Kanye West quando ha spiegato in tv cosa significhi per lui soffrire di disturbo bipolare. «È come avere una distorsione al cervello, sprained brain» (My Next Guest Needs No Introduction). 

Quando ci si sloga una caviglia non si deve sforzarla troppo, invece quando è il cervello ad avere la distorsione “le persone lo fanno diventare un incubo”. Il disturbo bipolare è caratterizzato da gravi alterazioni delle emozioni, dei pensieri e dei comportamenti, chi ne soffre passa repentinamente da una felicità estrema (fase maniacale o ipomaniacale) alla disperazione più profonda (fase depressiva), a volte con fenomeni allucinatori. Le persone si vergognano a parlarne, non accedono alle cure di cui hanno bisogno. Se non diagnosticata, questa malattia crea caos e distruzione nella vita del malato e di chi gli sta attorno. Solo recentemente l’attenzione della ricerca si sta concentrando su più domini eziopatogenetici, ed in particolare sul ruolo giocato dalla comprensione emotiva che sembra di rilevante importanza.

Si pensi, inoltre, che l’ambiente, l’affetto ed in generale le interazioni esterne possono incidere perfino sul DNA e sullo sviluppo del cervello. Siamo abituati a pensare che il DNA sia una struttura fissa, ma in realtà alcuni geni delle nostre cellule sono in grado di copiarsi e spostarsi, modificandolo (gene L1 Long interspersed nuclear elements). Gli scienziati hanno osservato le variazioni in due gruppi di topi: uno in cui le madri mostravano poche attenzioni verso i piccoli e uno in cui le madri invece si prendevano cura dei cuccioli. I soggetti trascurati mostravano un maggior numero di copie di L1 rispetto agli altri. Invertendo le madri, nei soggetti non più trascurati il numero di copie di L1 era inferiore rispetto a quelli adesso trascurati. I fattori esterni possono concretamente modificare il DNA. Le cure e l’affetto di alcune topoline possono cambiare il DNA dei cuccioli, questo dovrebbe farci riflettere su quanto potenziale c’è nelle nostre relazioni.

L’amore genitoriale, del partner e degli amici, sono tutti elementi determinanti per serenita’ ed equilibrio dell’individuo, tanto che la mancanza di attenzioni e di affetto può portare ad una modifica del Dna, in alcuni casi ad una vera e propria degenerazione. Da questo punto sono partiti recenti studi in campo psichiatrico per ansia, depressione e schizofrenia (Salk Institute for Biological Studies).

E’ fondamentale tornare ad una vita semplice, fatta di condivisione e dialogo; tornare a scoprirci e metterci in relazione con la natura,  da cui abbiamo preso drammatiche distanze dimentichi che ne siamo suoi figli.

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MIfacciodiCultura

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