I Grandi Classici – “Storia di una capinera”, la prima dei Vinti di Giovanni Verga

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Perché approcciarsi alla lettura di Storia di una capinera di Giovanni Verga – al di là, naturalmente, del fatto che si tratta della nostra scelta per i Grandi Classici di questa settimana? Ad esempio, per completezza di informazione, poiché si tratta del primo romanzo dello scrittore siciliano, e che esso fu un successo immediato, tale da rivelarne il talento al mondo, sebbene un mondo in cui la fama si propagava con onde assi più lente della follia digitale attuale, ma invero in modo ben più fondato e duraturo.

Un’edizione del romanzo

Storia di una capinera è pertanto utile a capire il percorso con cui un giovane Verga, che scrive il romanzo nel 1869 all’età di 29 anni, pone le basi per il discorso verista: possiamo dire, quindi, che questo romanzo breve contiene sicuramente parte delle istanze tematiche e buona parte dello sguardo, nonché dello stile, che caratterizzeranno opere ben più complesse e articolate come Mastro Don Gesualdo o I Malavoglia. Nondimeno, Storia di una capinera desta sicuro interesse per il discorso sociale che si trova sotteso ad una storia d’amore infelice, poiché il dato di partenza e chiave di volta dell’opera è la consuetudine ambientale che vogliono la protagonista destinata al convento anche in mancanza della vocazione.

La struttura di romanzo epistolare dà freschezza al racconto, che si snoda in forma di dialogo virtuale tra Maria, la giovane protagoniste, e Marianna, quest’ultima destinataria delle considerazioni dell’amica sulla famiglia, il noviziato, la vita di campagna e soprattutto sull’amore. Fin qui, non vi sarebbe nulla di eccezionale, in fondo: ma Verga rivela sin da prima dei trent’anni una sorprendente sensibilità, tanto più mirabile se valutata in relazione all’epoca e al fatto che egli deve immedesimarsi nella felicità, nel turbamento e nelle angosce esistenziali di una giovane donna. Non è peraltro da trascurare il fatto che tutto ciò avviene sotto i nostri occhi, con uno stile di scrittura ovviamente consono all’epoca, fatto di periodi estremamente lunghi ed articolati, denso di punteggiatura e subordinate, con un’alternanza di paratassi ed ipotassi che denota il padroneggiare precoce del mezzo letterario.

Ma Storia di una capinera, con questa modalità espressiva, riesce ad essere estremamente sorprendente dal punto di vista dell’analisi psicologica, in un tempo in cui questa, vista sia come tematica che come mezzo, era lungi dall’essere consolidata: Maria, infatti, svela nelle lettere una progressiva modificazione psicologica, causata dallo sconosciuto e difficilmente maneggiabile sentimento amoroso, tanto che questi è mostrato dal Verga in via di modificazione da gioia vissuta pudicamente a passione, per poi virare sui toni della gelosia e dell’ossessione, in una sorta di viaggio che da iniziatico diventa rapidamente, in maniera molto moderna, caduta nei gorghi della follia (tanto da ricordare, mutatis mutandis, il molto successivo Patrick McGrath).

Tutto ciò basterebbe tranquillamente a giustificare la lettura di Storia di una capinera: ma c’è, sorprendentemente, molto di più, e lo troviamo esposto dallo stesso autore in modo quasi programmatico. Infatti, all’inizio, Verga spiega al lettore la scelta del titolo con queste parole, che contengono una storia nella storia:

Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiva in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete. Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta. Ecco perché l’ho intitolata: Storia di una capinera.

Un altro film tratto dal romanzo

Già queste righe giustificano la lettura, e dovrebbero lasciarci folgorati: perché contengono una visione alla Golding dell’infanzia, e conradiana della natura umana, nella quali la crudeltà gratuita è la caratteristica fondamentale dell’animo, sulla quale si innesta la crudeltà sociale che ha il solo scopo di mortificare lo spirito e le libertà altrui. Ed è agghiacciante il riferimento alla sindrome della gabbia aperta, come pure la visione sottesa dell’incapacità degli animi sensibili di rivendicare il proprio diritto alla libertà, perché percossi esteriormente ed interiormente sin dal primo tocco del suolo. La follia, quindi: la discrasia tra ciò che si potrebbe essere e quello che le entità devastanti della personalità – famiglia, scuola, istituzioni, Chiesa – decidono che dobbiamo essere: Vinti, verghianamente parlando.

C’è esistenzialismo, nichilismo, psichiatria, c’è Freud e Jung, Sartre e Svevo, Springsteen e Pink Floyd e L’attimo fuggente in questo incipit di Storia di una capinera, che da solo basta a giustificarne la lettura.

Quanto e quanti, quante capinere siamo, tutti noi, senza quasi mai rendercene conto.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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