La bella eticità greca: la tragedia e la commedia nella filosofia di Hegel

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La bella eticità greca: la tragedia e la commedia nella filosofia di Hegel

Pietra angolare del pensiero del filosofo Georg Wilhelm Hegel (Stoccarda, 27 agosto 1770 – Berlino, 14 novembre 1831) sulla grecità è sicuramente il teatro e il ruolo che esso ricopre nel suo sistema filosofico non è certo di secondaria importanza. Egli, nella Fenomenologia dello spirito (1807), pone il teatro nel capitolo VII chiamato La religione. Hegel si prende come compito in quest’opera di rendere esplicito il percorso dello Spirito che man mano prende sempre più coscienza di sé nel confronto con il reale che non è altro da sé ma altro di sé; viene cioè da esso prodotto in maniera inconsapevole prima del proprio riconoscimento in questo reale. L’uomo viene visto dal filosofo come colui che, nel suo fare, permette allo Spirito di prendere coscienza di sé e quindi il divenire dei popoli nella storia corrisponde al percorso di presa di consapevolezza dello Spirito. La grecità viene collocata nel momento in cui lo Spirito inizia a prendere coscienza di sé; tutto ciò che si trova prima è fare immediato, e quindi non consapevole. L’essenza della grecità si trova racchiusa nello spirito etico. Rimettendoci alle parole dello stesso Hegel:

Questo spirito non è solamente la sostanza universale di tutti i singoli; […] ciò significa allora che i singoli sanno tale sostanza […] come l’essenza e l’opera loro proprie.

Ognuno quindi da una parte conosce qual è lo spirito del proprio popolo e dall’altra lo mette in pratica in maniera immediata. Questa spiegazione mostra già i sintomi del disfacimento della stessa grecità una volta che questo senso di appartenenza venga meno e non venga più supportato dall’opera di ogni cittadino. Per questo motivo “eticità” nel titolo, il termine antecedente invece si spiega per il fatto che nella grecità lo Spirito prende consapevolezza non ancora di essere spirito ma di essere qualcosa di effettivo, concreto e non qualcosa di astratto. Per questo motivo le opere d’arte che in Grecia si producono saranno le più belle mai create, perché il lavoro umano, e quindi la consapevolezza dello Spirito, si trovano concentrate e infuse nella bella raffigurazione.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Nell’orizzonte greco l’opera d’arte spirituale è il momento in cui il percorso di consapevolezza viene al pettine solo grazie al medium del linguaggio La centralità del linguaggio dipende cioè dal fatto che in esso la coscienza si manifesta e insiemi si sa come tale» Gianluca Garelli, Lo spirito in figura). Qui Hegel prende in esame l’epica, la tragedia e la commedia. Solo queste ultime due possono essere considerate teatro, la prima infatti è un’opera scritta e non recitata. In tutte e tre le forme vi è l’universale (divinità e fato) contrapposto all’individuale (uomini) e «Il termine medio è il popolo nei suoi eroi, i quali sono uomini singoli come il cantore, ma sono uomini rappresentati, e sono pertanto nel contempo universali». Nell’epica però gli eroi non sono consapevoli di sé e infatti il narratore è esterno e onnisciente; al contrario nella tragedia e nella commedia, dove la storia viene conosciuta direttamente dalla bocca dell’eroe, essi prendono consapevolezza di sé stessi. L’agire dell’eroe in Omero è ambiguo ed è in diretta relazione con la divinità. Se infatti da un lato gli eroi qui non agiscono per propria volontà ma gli dei agiscono per loro, dall’altro lato gli dei sono soggetti agli eroi per il fatto che non possono agire se non per mezzo di questi ultimi. Nella tragedia e nella commedia al centro dell’azione non ci sono più le divinità ma gli eroi, che prendono consistenza di attori con maschere e posizione nello spazio di un teatro in legno e pietra. Essi rappresentano una parte dello spirito del popolo greco che viene chiamata potenza etica. Le potenze etiche rappresentate nella tragedia rendono manifesto il germe di dissoluzione che è insito direttamente nello spirito greco: l’assenza di mediazione tra universale e individuale che nelle poleis greche assume i connotati di città contro famiglia, legge umana contro legge divina. «Qui l’attore e la sua maschera formano tutt’uno nell’incarnare una potenza etica» (Garelli in L’estetica di Hegel) e in questo si vedono eroi scagliarsi gli uni contro gli altri sicuri della verità delle proprie motivazioni alle quali si danno in maniera immediata. I protagonisti della tragedia vedono solo o l’universale o l’individuale (unilateralità) ma non decidono quale lato vedere, bensì si trovano collocati o da una parte o dall’altra. Qui il signore assoluto è il fato e l’eticità e la condanna degli eroi sta proprio nel rappresentare lo spirito del proprio popolo. Il coro assisterà attonito a questo scontro che nella tragedia si risolve solo con la distruzione degli eroi e il riconoscimento della complementarietà delle potenze.

La fine della commedia invece avrà esito completamente diverso infatti i protagonisti perdono l’unilateralità degli eroi tragici ma con essa si allontanano da quell’assenza di mediazione dell’etico, concentrandosi non più sullo spirito del proprio popolo ma solo su sé stessi. La commedia quindi rappresenta l’estremo esito dello spirito greco nel suo dissolvere nell’individualità sovrana:

Il compimento dell’eticità nella libera autocoscienza e il destino del mondo etico risiedono pertanto nell’individualità che è entrata in sé.

Ma tutto questo è ciò che si sta svolgendo in Grecia al tempo del massimo commediografo antico Aristofane che scrive le sue commedie con l’occhio acuto di chi sa leggere il proprio presente fino a farsi profeta della sua sventura: la conquista delle poleis da parte dell’impero romano.

Nella visione di Hegel il teatro è posto alla fine della digressione sulla grecità perché è solo esso che può portare alla presa di coscienza di cosa lo spirito greco sia.

Si è deciso di dedicare ogni ultimo lunedì del mese l’articolo al teatro greco, così importante per il teatro di ogni tempo e portante per gli stessi greci.

Stefano Brusco per MIfacciodiCultura

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