Tjørnuvík, la città delle Isole Fær Øer in cui dimora il vento

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Si chiama Tjørnuvík ed è il villaggio più a nord dell’isola di Streymoy, una delle più celebri delle Fær Øer. Raccogliendo un grappolo di storie eterogenee per personalità e periodi, è opinione comune che il vento sia l’abitante più antico del villaggio, l’ospite savio per eccellenza che a Tjørnuvík ha insediato la propria dimora.

Vi abita le insenature e i vicoli da mesi, anni, fin dai tempi in cui vichinghi vagarono lungo le coste del piccolo anfiteatro nebbioso. Da allora, le folate di vento ululano incessanti, penetrando aguzze nelle orecchie degli abitanti (64, secondo l’ultimo censimento del 2017) e perforando tra gli involucri lanosi che proteggono dal freddo gli avventurieri occasionali. La percezione che un forestiero ha è quella di trovarsi in uno di quei luoghi, sperduti nel mondo, in cui la clessidra che scandisce i battiti di vita dei singoli granelli subisce un rallentamento: a Tjørnuvík il tempo galleggia e ondeggia, un po’ all’insù e un po’ all’ingiù, mai con fermezza. Il cielo è plumbeo, non ci sono alberi, la spiaggia si para dinanzi come un sogno disteso color basalto, che segue le coordinate della rosa dei venti e sussulta lievemente mentre le nuvole appannano il cielo e fuggono man mano.

Dinanzi alla baia supina sotto il cielo plumbeo, il tavolino di un bar addormentato colpisce per la sua posizione: è schierato dinanzi alla spuma bianca e cobalto, la osserva scrupoloso e al contempo spia i passanti- rari- che per le strade di Tjørnuvík s’aggirano alla ricerca di qualcosa. Spesso i forestieri raggiungono d’istinto la spiaggia, la suggellatrice di antiche visioni primordiali, con una vastità e dei colori sublimi degni delle pennellate del Romanticismo e dei versi dei Crepuscolari; i colori turchini illuminati a sorpresa da qualche ambrato raggio occasionale si posano sui granelli di sabbia e sui tetti d’erba del piccolo villaggio, suggerendo il ricordo di violenti purpurei tramonti ondosi tramandati da chissà quanto tempo fa.

All’orizzonte, le rocce del gigante e della strega

All’orizzonte, in contrasto con gli immaginari violenti tramonti purpureati di ondose increspature, si ergono due rocce, che secondo la leggenda- narrata da Daniela Pulvirenti nel libro Isole Faroe, uno dei pochi disponibili in italiano- sarebbero quelle del gigante e della strega. Nel frattempo, a Tjørnuvík si ascolta in silenzio. Ci sono dei pescatori, s’incrocia lo sguardo di una madre dai capelli biondi e gli occhi cristallini, mentre la figlia in un cappotto verde incede veloce verso il mare; un uomo del posto con un cappello rosso- che sa l’inglese, l’ha imparato negli anni grazie ai turisti- prepara dei waffle e una cioccolata calda, e nel mentre l’anima si svuota. 

Ad alcuni tratti si desidera urlare, non per esibizionismo o per rigettare antiche paure o impotenze, ma al contrario per annunciare a se stessi che, per la prima volta dopo tanto tempo ci si sente finalmente- di nuovo, lì nel grande Nord inerme al freddo accumulato nei secoli- completamente liberi. 

Isabella Garanzini per MifacciodiCultura

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