L’occhio del secolo: Henri Cartier-Bresson

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L’occhio del secolo: Henri Cartier-Bresson

Henri Cartier-BressonHenri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 22 agosto 1908 – L’Isle-sur-la-Sorgue, 3 agosto 2004) è stato uno dei più importanti fortografi del ‘900.

Pioniere in ambito fotografico, fa sorridere pensare che già nel 1946 il MoMA di New York lo considerasse morto in guerra, decidendo di  dedicargli una mostra “postuma”. Chissà la sorpresa quando ricevettero la sua telefonata!

Il colpo di fulmine tra Cartier-Bresson e la macchina fotografica fu intorno agli anni ’30, grazie ad un viaggio in Costa d’Avorio e grazie soprattutto ad una fotografia di Martin Munkacsi che lo ispirò: da quell’istante decise di guardare la realtà attraverso l’obiettivo, rendendo la macchina fotografica un’estensione del suo stesso occhio.

Acquistò la prima fedele macchina fotografica nel 1932, una Leica 35mm con lente 50mm, e prese così avvio la sua avventura nel mondo della fotografia di strada, viaggiò molto e conobbe varie personalità di spicco del mondo dell’istantanea tra cui David Seymour e Robert Capa. Diventarono molto amici e nel 1947, alla fine della guerra, fondarono  insieme a George Rodger e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos destinata ad essere una delle agenzie fotografiche più importanti al mondo.

Non solo il suo ruolo nella fotografia lo ha reso famoso, ma il suo stesso impegno in patria arruolandosi nella resistenza francese. Venne malauguratamente catturato dalle truppe naziste nel 1940 ma al terzo tentativo, riuscì a scappare dal carcere e continuò a collaborare con la resistenza, unendosi anche ad un’organizzazione che forniva assistenza ai prigionieri evasi.

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The Var department – Hyères, 1932

Nel 1944, immortala la liberazione di Parigi.

La fotografia lo portò a viaggiare in tutto il mondo e a diventare celebre in tutto il mondo, scattò attimi in Cina, Messico, USA, Cuba, India, Giappone e in Italia realizzando reportage come Da una Cina all’altra, Danza a Bali, Viva la Francia con cui vinse il Premio Nadar nel 1971. Divenne il primo fotografo occidentale ad esercitare liberamente in Unione Sovietica.

Da fotografo e attivista durante la seconda guerra mondiale, divenne il reporter della guerra fredda, raccontò con i suoi occhi i momenti salienti del ‘900, cogliendo l’anima di questo secolo travagliato tramite l’immediatezza dell’immagine, rifiutando le didascalie per inserire solo luogo e data dello scatto:

Le immagini non hanno bisogno di parole, di un testo che le spieghi. Sono mute, perché devono parlare al cuore e agli occhi.

Un vero e proprio teorico dello scatto e dell’immediatezza, si meritò l’appellativo di “occhio del secolo”, Cartier-Bresson sfruttò l’impatto che la fotografia dava per raccontare la storia. La sua fama crebbe sempre più, fece numerose mostre e nel 1952 uscì il famoso libro che raccoglie le sue opere: Images à la sauvette (The Decisive Moment).

Nel 2000 la sua popolarità raggiunge le stelle e inaugura assieme alla moglie e alla figlia la Fondazione Henri Cartier-Bresson per raccogliere le sue opere e per realizzare uno spazio espositivo aperto agli artisti. Una soluzione anche per evitare che le sue foto vengano smerciate sul mercato o che ci siano copie in vendita, dalla sua morte infatti, la Fondazione non autorizza più alcuna stampa delle fotografie.

Muslim women - India, Kashmir - Srinagar, 1948
Muslim women – India, Kashmir – Srinagar, 1948

Nonostante la sua grande notorietà raggiunta come fotografo, già intorno alla fine degli anni ’60 l’attività di fotografo inizia a rallentare, dando grande spazio ai ritratti.

In questo periodo, egli si dedico alla sua prima e ultima passione, ciò che lo iniziò all’arte e che lo accompagnò sino alla sua morte: la pittura. Di matrice surrealista, amò sempre la pittura, dichiarando che «in realtà la fotografia di per sé non mi interessa proprio; l’unica cosa che voglio è fissare una frazione di secondo di realtà».

Considerando la mancanza di interesse verso il genere fotografico, Henri Cartier-Bresson ottenne davvero dei risultati formidabili. Forse fu proprio questo approccio disinteressato, volto a raccontare con le immagini cogliendo appunto l’attimo in un’istantanea congelata nel tempo, che gli permise di tramutare l’attualità in arte:

Ho capito all’improvviso che la fotografia poteva fissare l’eternità in un attimo.

Sara Govoni per MIfacciodiCultura

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