Dino Campana, il poeta discusso che ha diviso la critica

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Dino Campana, il poeta discusso che ha diviso la critica

Dino Campana continua a restare una figura alquanto discussa, benché affascinante, all’interno del panorama italiano della nostra letteratura.

Nato il 20 agosto del 1885 a Marradi, frequenta l’Università di Bologna, iscrivendosi alla Facoltà di Chimica. Europa e Sud America sono le destinazioni privilegiate per il suo lungo viaggiare e peregrinare, una sorta di vagabondaggio che termina con una reclusione in manicomio. Riesce a ricostruirsi una parvenza di vita al di fiori di quelle macabre mura, instaura una relazione con Sibilla Aleramo, ma questa triste etichetta di pazzo e folle lo accompagnerà per il resto della sua vita – svariati sono stati gli arresti – fino al definitivo internamento nel manicomio di Castel Pulci, dove si spegne il 1° marzo 1932.

Dino Campana
Dino Campana

È proprio per questa complessa visione della realtà e per tale rapporto con il mondo circostante che Dino Campana non è mai stato unilateralmente considerato né giudicato dalla critica letteraria. Ognuno vi ha sempre visto un personaggio multiforme, sfuggevole, da elogiare o da condannare. Sregolatezza e maledizione artistica potrebbero essere caselle d’inquadramento per questo poeta, che resta, comunque, in maniera non discutibile una firma della nostra tradizione culturale a cavallo tra i due secoli.

Tematiche surreali, metafisiche, oniriche e visionarie caratterizzano i suoi versi. Una poesia che richiama scenari ben schierati, puramente evocativi (fanno quasi pensare a un Verlaine), una piena espressione del suo sguardo a metà tra il reale e l’irrazionale elusivo. Una ricerca continua, quella di Campana, che vuole afferrare qualcosa di altro, qualcosa che non è empirico ma che si trova in un luogo immaginario, migliore e simbolico.

Da qui, è emblematica la sua Chimera, il componimento inserito nei Canti Orfici (consegnati in una prima stesura a Soffici per la pubblicazione, ma successivamente – si dice – smarriti nella copia manoscritta e trascritti nuovamente a memoria dall’autore). Quale immagine se non la chimera potrebbe rappresentare più adeguatamente una visione di vita come quella di Dino Campana? Questo essere mitologico è stato analizzato dal critico Contini come «il limite del suo [di Dino Campana] desiderio di evasione».

Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Sono gli ultimi versi (dei 30 totali) del componimento di Campana. Parole conclusive, una riflessione risolutiva dei concetti espressi precedentemente, manifestazioni di quella caratterizzante stesura circolare e ripetitiva dello scrittore, un procedimento iterativo e polisemico che lo contraddistingue e lo condanna a essere una penna «senza stile», netto giudizio – quest’ultimo – del Contini. Ma c’è chi vi ha visto invece una peculiarità che sorregge la complessità del testo in una serie di stratagemmi, cosa che non lo rende noioso né monotono. Secondo Turchetta, Dino Campana è riuscito così nel colossale intento di rendere la tensione psicologica dell’epoca, la «violenza psichica e biologica di solito senza nome e senza parola».

tumblr_nhq23dPjk91s2gfofo6_1280 (1)Parole deliranti di un visionario (termine con cui viene identificato dai più) evasore o espressione della psiche umana ingarbugliata e tipica del primo Novecento? Che sia un pregio o un difetto, Dino Campana è sempre rimasto fuori dagli schemi, dalle istituzioni, dagli ambienti accademicizzati. Ciò che sfugge e non è passibile di canoniche descrizioni rischia di essere incompreso e relegato nella tetra indecifrabilità.

La sua storia biografica non lascia scampo ai continui dubbi che si sono cristallizzati nelle menti dei critici, ma la visionarietà evasiva e l’atipicità dei versi di Dino Campana non restano comunque indifferenti all’orecchio umano. Un vero caso critico destinato a non estinguersi, ma che mantiene vivo lo studio di una penna primo-novecentesca che è giunta sino a noi in tutta la sua extra-ordinarietà.

Sabrina Pessina per MIfacciodiCultura

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