Luciano De Crescenzo, l’ultimo filosofo greco d’Italia

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 Luciano De Crescenzo ci ha lasciati il 18 luglio scorso a 91 anni, impoverendo una volta di più il già scarno panorama culturale italiano: per quanto, avendo dichiarato una volta la propria appartenenza né al centro destra né al centro sinistra, bensì al centro storico, forse gli haters della politica attuale si asterranno da volgarità ed insulti. Forse.

Riteniamo che non sia necessario, hic et nunc, sprecare parole per ricordare i ruoli ricoperti, la cinquantina di libri scritti, il cinema, la televisione con Renzo Arbore, i premi vinti da questo ingegnere idraulico filosofo: in fondo, abbiamo una ragionevole certezza che i titoli onorifici, a Luciano de Crescenzo, interessassero ben poco. «Più che ambire al titolo di dottore, ognuno cerchi di guadagnarsi almeno quello di egregio [da ex gregis = fuori dal gregge] e di pensare con il proprio cervello, avendo in massima cura le tradizioni».

Ragionevole certezza, dicevamo: che è un modo eufemistico per nascondere un dubbio, cosa che Luciano de Crescenzo apprezzava alquanto «Il Punto Interrogativo è il simbolo del Bene, così come quello Esclamativo è il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete nei Punti Interrogativi, nei sacerdoti del dubbio positivo, allora andate sicuro che sono tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e democratiche. Quando invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle Grandi Certezze, i puri dalla Fede incrollabile, allora mettevi paura perché la Fede molto spesso si trasforma in violenza».

Come un vero filosofo, De Crescenzo ha dimostrato in vita ed opere di avere una naturale tendenza all’aforisma, probabilmente acuita dalla profonda napoletanità. Ed il fatto, in fondo estremamente semplice, di aver centrato gran parte del suo interesse di studio sulla filosofia greca, lo portava alla ricerca di un’estrema semplicità nell’esposizione, visto che lo scopo dell’esposizione filosofica dev’essere la trasmissione della conoscenza, e non l’annichilimento dell’ascoltatore, visto di volta in volta come un avversario da battere o come un cliente da spremere. Nessun insensato neologismo da cartone animato, nessuna circonvoluzione di pensiero per nascondere una totale assenza dello stesso condita da una disarmante complessità artificiosa e un po’ patetica.

Va bene, non possiamo averne la certezza: ma ammettiamo che non ci sfiora il dubbio (Il Dubbio invece, mio buon amico, è una divinità che bussa con gentilezza alla tua porta e chiede di essere ascoltata) che Luciano De Crescenzo potesse essere un sovranista dell’ultima ora, un razzista che pensa che «Si é sempre meridionali di qualcuno», che potesse avere paura della morte (come non ne aveva Andrea Camilleri) perché «La morte esiste solo come evento che procura dolore ai superstiti soltanto. Lo diceva anche Epicuro: «Perché spaventarsi della morte: se ci sei vuol dire che non sei morto, se sei morto vuol dire che non ci sei!”». Lo vediamo invece seguace della maieutica, e pensare che non è possibile trasmettere la conoscenza, ma solo insegnare a pensare. E a pensare di grandi argomenti, come l’idea di tempo come astrazione mentale, che si può trasmettere, in fondo, anche agli animi più semplici. O quasi.

Eppure, nonostante tanta equanimità, Luciano De Crescenzo era tutt’altro che immune dal giudizio sferzante: possiamo anche immaginarcelo in una ideale conversazione con Umberto Eco e Andrea Camilleri, a discutere delle legioni di imbecilli a cui è stato dato diritto di parola, a dissertare sul fatto che Un autentico cretino (è), difficile a trovarsi in questi tempi in cui i cretini si camuffano da intelligenti: Luciano de Crescenzo, amante della capacità di sintesi dei Sette Savi, e forse (chissà) di Biante in particolare, disse che «La stupidità è il motore del mondo».

Il che, a ben vedere, è la più radicale delle tre posizioni.

 Caro professore: non capivamo proprio tutto quello che ci dicevate, però voi, a noi, ci affascinavate. Voi, a noi, ci ipnotizzavate.

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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