La Bellezza salverà il mondo: anche nell’omonimo romanzo distopico di Aliya Whiteley

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Si può ben dire che la distopia è nelle corde di Aliya Whiteley, delle cui capacità e del cui sguardo non comune abbiamo già parlato a proposito de L’arrivo delle Missive: la cui lettura ci ha indotti a prendere in mano anche La Bellezza, che in realtà è antecedente di quattro anni, e che troviamo edito in Italia sempre da Carbonio Editore. E fu subito conferma, anche se per parafrasare Eco, al contrario: perché sebbene sia più breve rispetto all’ultimo lavoro, e più breve nonché per certi versi strutturalmente più semplice, La Bellezza dipana un immaginario stupefacente, vagamente allucinatorio  ed onirico, che cattura e testimonia della precocità della maturità di questa autrice.

Bisogna ammettere che quando pensiamo ai topos della fantascienza, i funghi non rientrano tra le opzioni più gettonate. O tra le più immediate. Eppure, vedendo la cosa in senso lato, non è poi una tematica così infrequente. La storia di La Bellezza è presto riassunta: una misteriosa malattia, legata a funghi giallastri, stermina le donne. Tutte. Condannando di fatto l’umanità, composta ormai di soli uomini, all’estinzione. Eppure in una singolare comunità isolata accade l’imprevedibile: ossia la comparsa di una nuova forma di vita che sorge proprio a partire dalle donne morte e da quei funghi, e che rappresenta una nuova forma di speranza, per quanto difficile da accettare.

Dal che, è facile capire che il fungo in quanto tale è solo una sorta di macguffin, per quanto particolarmente indicato in quanto effettivamente, come forma di vita, carica di mistero e fascino dovuti alla difficile classificazione secondo i canoni dell’uomo comune. Quindi, in un impianto che di fatto è post-apocalittico, si dipana la storia narrata da un cantastorie che narra e vive contemporaneamente ciò che narra: ma affrontate con tono favolistico-allucinato, le tematiche che Whiteley affronta in La Bellezza sono quelle dell’omosessualità, della liquidità di genere, della metamorfosi necessaria alla sopravvivenza. In senso quasi Gattopardiano, se sopravvivenza deve essere, è necessario che tutto cambi: dopodiché, naturalmente, la vita può eventualmente continuare, al tempo stesso mutata e no.

Essere un uomo significava avere dentro di sé un vuoto e sapere di non poterlo colmare.

Aliya Whiteley

Dal che, si evince la tematica della metamorfosi fantascientifica, aliena, xenomorfa: vengono in mente, trascurando i ricordi meramente grafico-visuali, La moglie dell’astronauta, le varie versioni degli Ultracorpi, ovvero perle dimenticate come Non ho bocca e devo urlare di Harlan Ellison. E molti altri, sul filo della tematica dell’identità personale e del suo mantenimento. Ma in La Bellezza, dove Aliya Whiteley gioca a carte scoperte fin da subito e ci mette (a differenza di quanto avviene nelle Missive) di fronte all’anomalia della situazione, una parte importantissima la gioca la conoscenza dell’animo umano: l’apertura mentale, il riconoscimento e l’accettazione della diversità, la possibilità di coesistenza, la xenofobia, l’intolleranza come pulsione primordiale e viscerale, sono tutti aspetti dell’animo umano. E Whiteley, che ha scritto La Bellezza a quarant’anni giusti giusti, ha una tale esperienza del comportamento umano in gruppo e in circostanze di regressione sociale, che ci sentiamo di ardire un paragone tra La Bellezza appunto ed il capolavoro di Sir William Golding, Il Signore delle Mosche.

Whiteley, che è anche poetessa, mostra inoltre sufficiente maturità da osare persino giochi stilistici con le scelte lessicali: The Baeuty è infatti il titolo originale; e con la seconda lettera dell’alfabeto iniziano tutti i nomi delle “nuove donne” che popolano il racconto, quelle che compaiono dopo l’avvento dei funghi: Bea, Bee, Belinda, Bonnie, Betty, Bess, realizzando una sorta di allitterazione permanente le cui ragioni profonde sono oggetto di riflessione e indagine.

«Un tempo idealizzavamo il passato perché non ci era rimasto nient’altro. Ma ora dobbiamo guardare al futuro, dobbiamo cambiare o moriremo. Oppure, a quanto pare, iniziamo a uccidere». Dal che, la paura del protagonista-narratore, e la consapevolezza della protagonista fantasmatica, la Bellezza: «Ma la Bellezza sapeva, grazie alle tante esperienze delle donne scomparse, che gli uomini non sempre vogliono ciò che è meglio per loro. Possono attaccare, ferire, mutilare e uccidere tutto quello che accade troppo in fretta, all’improvvisto, come l’amore, come un nuovo inizio che include la fine del vecchio corso delle cose».

Aliya Whiteley è probabilmente destinata a lasciare un segno nella letteratura, anche perché pare evidente in lei l’assenza di qualsivoglia timore al cambiamento nella scrittura, battendo la strada meno battuta. Il suo La Bellezza è un romanzo, al di là del titolo, a tratti inquietante, per altri versi sconvolgente anche in senso fisico – le descrizioni materiche di Whiteley non lasciano spazio alle perifrasi – e non è difficile notare in ciò un parallelismo con la tematica fondamentale del romanzo.  Ammesso, naturalmente, che tanta sicurezza sia reale, e non una forma di coraggio. Ma che differenza farebbe? Non ci impedirebbe certo di godere della Bellezza, e della saggezza, di Aliya Whiteley, scrittrice responsabile.

Forse è questo il compito di una persona responsabile: fingere di avere fiducia in sé; anche se non è vero, in modo che le giovani generazioni possano ancora credere in qualcosa.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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