I grandi saggi – Migrazioni e Intolleranza, Umberto Eco dixit e noi concordiamo

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Si ha solo “immigrazione” quando gli immigrati (ammessi secondo decisioni politiche) accettano in gran parte i costumi del paese in cui immigrano, e si ha “migrazione” quando i migranti (che nessuno può arrestare ai confini) trasformano radicalmente la cultura del territorio in cui migrano. Inizia così Umberto Eco a farci sentire inadeguati, un po’ come sua consuetudine. Nel caso di specie, lo fa in un libretto, Migrazioni e Intolleranza, edito da La Nave di Teseo, che raccoglie quattro scritti diversi: i primi due già compresi in Cinque scritti morali del 1997, gli altri inediti in Italia e tratti rispettivamente da un discorso all’Università di Nijmegen e dall’introduzione ad un’antologia di testi di antropologia reciproca francese.

Come al solito, Eco riesce ad essere semplice e spietato, giustamente: Migrazioni e Intolleranza propone non solo una serie di riflessioni per un confronto italiano ed europeo su storia e valori, ma anche per un confronto con la propria intelligenza e cultura. Abbiamo diritto noi europei di indentificarci ancora con il modello eurocentrico?, si chiede Eco, e giocoforza se lo deve chiedere anche il lettore, presto condotto per mano lungo la strada del riconoscimento della propria inadeguatezza anche lessicale a giudicare di fenomeni estremamente complessi. Ma presentati in maniera, questa volta, semplice ed ineluttabile.

Le tesi di Migrazioni e Intolleranza sono esposte in modo cristallino: agli antipodi della comunicazione fusariforme, Eco magari porta il lettore medio a confrontarsi col vocabolario, ma non per assurdi egotistici neologismi, ma per una comprensione più fine e puntale di terminologie che si tendono a dare per scontate. Fondamentalismo, integrismo, razzismo, intolleranza sono tutti termini che vengono spiegati in chiave linguistica ed antropologica, con un implicito ma convincente invito a non dare nulla per scontato, come si evince già dalla citazione al nostro incipit.

 

Importanti distinguo vengono proposti al lettore: come il fatto che fondamentalismo, integrismo e razzismo presuppongano una dottrina, mentre all’intolleranza vengono riconosciute radici biologiche, e alla tolleranza bisogna venire educati. Ed è fondamentale la radice biologica di certe idee, perché ad esempio quelle contenute nel Mein Kampf «…sono sopravvissute e sopravvivranno ad ogni obiezione è perché si appoggiano su un’intolleranza selvaggia, impermeabile ad ogni critica. Con la consueta densità specifica dei suoi scritti, Eco in questo Migrazioni e Intolleranza dispiega una quantità di riferimenti incrociati, storici, antropologici, politici e religiosi, sotto il segno di un consueto ottimismo positivo e propositivo, che gli fa dire , giustamente, «…nel prossimo millennio l’Europa sarà un continente multirazziale o, se preferite, “colorato”. Se vi piace, sarà così; e se non vi piace, sarà così lo stesso, anche perché …i razzisti dovrebbero essere (in teorie) una razza in via di estinzione».

Eppure, le origini biologiche dell’intolleranza inducono quantomeno ad una certa cautela (da cui, ovviamente, il riferimento al Paradosso dell’Intolleranza). Perché «gli intellettuali non possono battersi contro l’intolleranza selvaggia, perché di fronte alla pura animalità senza pensiero, il pensiero si trova disarmato. Ma è troppo tardi quando si battono contro l’intolleranza dottrinale, perché quando l’intolleranza si fa dottrina è troppo tardi per batterla, e coloro che dovrebbero farlo ne diventano le prime vittime».

Umberto Eco, 1997: ben prima dei social network e degli haters.

L’armonia fa prosperare le cose, mentre l’uniformità le fa deperire

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

 

 

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