Di cosa parliamo quando parliamo di annegamento: tranquilli, haters, è doloroso

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Buon appetito, pesci. Certo, si fa presto a dire buon appetito, ma c’è pesce e pesce: mica tutti hanno la fortuna di nascere squali, barracuda o piraña. Mangiare un essere umano ancora vivo, che si dibatte e fa resistenza, può essere alquanto difficile. Molto meglio morti, quindi, e nella fattispecie affogati, o annegati che dir si voglia. Quindi, da questo punto di vista la signora che ha augurato Buon appetito, pesci (ma il Galateo non dice che è da maleducati augurare buon appetito? Perché tanta ineducazione nei confronti dei pesci?) è andata sul sicuro, perché si riferiva alle ultime 150 persone, anzi migranti, annegate nel Mediterraneo, annegati da poco. Cibo per pesci, insomma, e in quantità da banchetto, pure. Ma riflettendo sulla questione ittico-prandiale, un dubbio ci sovviene: ma non sarà che questo “morire annegati” è una pacchia? Insomma, morire va bene, ma non sarà che questo annegamento è un po’ troppo easy? Un pochettino cheap? In fondo, stiamo parlando di gente che si stava facendo una crociera di  lusso a spese nostre, per venire ad invaderci, a portare la delinquenza nel nostro immacolato Paese, a distruggere la nostra proverbiale cultura e a portarci via i migliori posti di lavoro (per tacer dell’inseminazione delle nostre fattrici, ovviamente). Insomma, morale italica vorrebbe che costoro, che già morendo evitano lavori forzati e pena di morte (vili!), almeno soffrano un pochetto, annegando.

Quindi, cosa si prova a morire annegati? Purtroppo, abbiamo dovuto consultare dei professoroni, per chiarirci la questione: ma abbiamo scoperto che la morte per annegamento è considerata una morte dolorosa. Innanzitutto, il trapasso può avere una durata estremamente variabile: la capacità di saper nuotare e ancor di più la temperatura dell’acqua, e ovviamente le condizioni fisiche possono influire pesantemente sui tempi, ma comunque l’agonia può arrivare anche a 7-8 minuti, secondo un processo che si svolge in quattro fasi:

Stadio della sorpresa: dura pochi secondi ed è caratterizzato da una inspirazione rapida ed il più possibile profonda, prima che l’individuo vada sott’acqua. Comporta tachipnea (aumento della frequenza respiratoria), tachicardia, cianosi (pelle bluastra).

Stadio della resistenza: dura circa 2 minuti ed è caratterizzato da apnea iniziale, durante la quale l’individuo impedisce la penetrazione di liquido nei polmoni tramite espirazione e si agita cercando di riemergere, tipicamente allungando le mani sopra la testa in direzione della superficie dell’acqua. In questa fase il morituro, che tipicamente fa dei gesti come di saluto (da cui la locuzione latina morituri te salutant), va in apnea, fa movimenti rapidi nel tentativo di riemergere, prova obnubilamento della coscienza, va in ipertensione arteriosa e tachicardia con elevato rilascio in circolo di adrenalina. L’annegando prova panico intenso, e possono subentrare convulsioni e rilasciamento sfinteriale (possono essere involontariamente rilasciate feci e/o urina).

Stadio della fase apnoica o “della morte apparente”: dura circa 2 minuti, in cui i tentavi di riemersione, vani, si riducono fino a che il soggetto rimane immobile. Tale stadio è caratterizzato progressivamente dall’arresto definitivo del respiro e perdita di coscienza, fino al coma.

Stadio terminale o “del boccheggiamento”: dura circa 1 minuto ed è caratterizzato da proseguimento della perdita di coscienza, aritmia cardiaca severa, arresto cardiaco e, finalmente, morte.

Insomma, quando i migranti stanno morendo per annegamento, esauriscono l’aria nei polmoni e l’acqua penetra lungo le vie respiratorie provocando un’apnea causata dalla chiusura dell’epiglottide; il che è una reazione finalizzata a proteggere l’apparato respiratorio dall’acqua, ma che impedisce anche il passaggio dell’aria. L’ipossia stimola successivamente i centri nervosi al fine di far riprendere la respirazione: in tal modo avviene un’improvvisa apertura della glottide con conseguente ingresso di notevole quantità d’acqua salata nei polmoni.

Quando il capitano Todaro soccorse i naufraghi

A questo punto, quando il soggetto non ha più la forza per tenere la testa fuori dall’acqua, non ha più aria da espirare e cessa il laringospasmo, inizia ad ingoiare acqua e tossire, cosa che lo porta ad ingoiare ancora più acqua che raggiunge i polmoni. Avverte una sensazione di bruciore e peso al petto, mista ovviamente al panico ed ai tentativi di riemergere, che durano circa un paio di minuti (ma tranquilli, la percezione di questi due minuti è molto più ampia). Al termine di questa fase, i sintomi negativi lasciano spazio ad una paradossale sensazione di tranquillità, segno che la mancanza di ossigeno sta determinando gradatamente la perdita di conoscenza ed il soggetto comincia gradatamente a non rendersi più conto di quello che sta succedendo. Il soggetto perde successivamente i sensi del tutto e rimane incosciente per i successivi minuti prima di morire, ed in questa fase non avverte nulla.

La morte per annegamento è quindi un mix di sensazioni estremamente dolorose, quali bruciore, senso di oppressione, incapacità di respirare e così via come sopra: ma va tenuto conto dell’imponderabile, ossia il terrore, il panico, l’angoscia. Chi muore annegato ha tutto il tempo di rendersi perfettamente conto di quello che sta succedendo, sa che la sua vita, per quanto miseranda, è finita e non c’è niente che possa fare per salvarsi. In più, nel caso dei migranti, essi hanno non di rado tempo di rendersi conto delle conseguenze della loro morte verso i familiari, i figli che rimarranno orfani in situazioni gravi ed ostili o, peggio, stanno annegando anch’essi – e loro non possono fare nulla per impedirlo.

Ci sentiamo quindi di rassicurare gli haters e tutti coloro che si occupano di alimentazione dei pesci: la morte per annegamento è una lenta e brutta morte, tranquilli.

Sarà per quello che nei giorni scorsi l’ammiraglio Giovanni Pettorino, in una cerimonia per la ricorrenza della fondazione della Guardia Costiera, ha detto «C’è un principio non scritto che risiede nell’animo di ogni marinaio: quello di prestare aiuto a chiunque rischi di perdere la propria vita in mare». Per poi ricordare il meraviglioso episodio della Seconda Guerra Mondiale che vide protagonista il leggendario comandante Salvatore Todaro, che aveva salvato l’equipaggio di una nave nemica che lui stesso aveva affondato. Todaro aveva allora risposto alle critiche del tedesco Donitz in modo lapidario

Noi siamo marinai, marinai italiani, abbiamo duemila anni di civiltà, e noi queste cose le facciamo.

Loro, invece, augurano Buon appetito, pesci. E non si vergognano neppure.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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