Gli ultimi zar: Netflix lancia la serie sui Romanov, Anastasia e Rasputin

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Non giustifica nè scagiona, non osanna e nemmeno condanna: Gli ultimi zar (The last czars, con protagonisti Robert Jack, Susanna Herbert e Ben Carwright) prodotto da Nutopia approda su Netflix a inizio luglio ed è già un successo.

Originalmente, la serie di sei puntate prende avvio con Pierre Gilliard, ossia l’ex precettore della famiglia Romanov sopravvissuto- perchè non presente- all’eccidio di Ekaterimburg. È intento a recarsi presso un ospedale berlinese per incontrare una donna che afferma, tra la confusione e il frastuono delle mura psichiatriche, di essere Anastasia. Da qui, la storia riavvolge il nastro e si ripete, disvelandosi tramite delle flashbulb memories (sprazzi di memorie ricorrenti, apparentemente dislegate tra loro) che riconducono all’inizio della fine dei Romanov, ossia al 26 maggio 1896, giorno dell’incoronazione dell’appena ventiseienne Nicola II. Divenuto “zar di tutte le Russie e basileus della Chiesa Ortodossa russa” dopo la morte del padre Alessandro III, egli commentò così:

Non sono pronto a essere uno zar. Non ho mai voluto esserlo. Non so nulla su come si governa. Non ho la minima idea di come si parli ai ministri (Nicola II Romanov)

Conosciuto come “Nicola il pacifico” ma anche come “Nicola il vile”, egli fu circondato da persone che plasmarono la sua personalità e ne guidarono più che imparzialmente le decisioni politiche ed economiche, fin dall’accudimento dell’iniziale sgomento che accompagnò l’incoronazione: dall’autoritario zio Sergei Alexandrovich alla moglie Aleksandra Fëdorovna fino al monaco consigliere Grigorij Efimovič Rasputin. Inoltre, la docu-serie racconta anche la nascita dei cinque figli: Ol’ga,Tat’jana, Marija, Anastasija  fino allo Zarevic Aleksej Nikolaevič disgraziatamente affetto di emofilia.

Rasputin giunse a Palazzo d’Inverno nel cuore di Pietrogrado proprio per curare il bambino- e in parte vi riuscì, tanto da guadagnarsi il sostegno della zarina-, quello che Guilliard racconta con queste parole:

Era là che io vidi per la prima volta lo zarevic, Aleksej Nikolaevič di 18 mesi. Io ero andato come al solito a Palazzo per i miei doveri: stavo finendo la mia lezione con Ol’ga Nikolaevna quando la zarina entrò nella stanza portando il figlio. Venne verso noi ed evidentemente desiderò mostrarmi il nuovo membro della famiglia che non conoscevo. La vidi trasmettere una gioia delirante, di una madre che finalmente ha visto adempiuto il suo desiderio più grande. Era orgogliosa e felice della bellezza del suo bambino. Lo zarevic era certamente uno dei bambini più belli che si possano immaginare, aveva un colorito rosa e fresco di un bambino sano, e quando sorrideva sulle guance paffute si disegnavano due fossette. Aleksej era il centro di questa famiglia unita, il fuoco di tutte le relative speranze e gli affetti. Le sue sorelle lo adoravano. Era l’orgoglio e la gioia dei suoi genitori. Quando stava bene, il palazzo si trasformava (Pierre Gilliard, “Tredici anni alla corte dello zar”)

Rasputin fu tutt’altro che una figura nefasta come erroneamente è mitizzata, bensì rimase accanto ai Romanov quando le azioni di Nicola II- a sua moglie-, una dopo l’altra (dall’azzardata guerra contro il Giappone alla Domenica di sangue fino ai dissidi con il presidente Stolypin) condussero alla fine di una dinastia nel 1917, dopo più di 300 anni. La docu-serie (commentata da alcuni storici, il cui contributo risulta utile ma per nulla invadente, in quanto lanarrazione scorre fluida ed è- forse purtroppo- di per sè già estremamente avvincente) si conclude a Ekaterimburg il 17 luglio 1918, nella residenza dove i Romanov erano tenuti prigionieri da Lenin..

Servirono ore per annientare e distruggere i corpi dei Romanov a Ekaterimburg perchè sotto gli abiti delle figlie vi era il miglior giubbotto antiproiettile del mondo, composto da una fibbia di diamanti incastonati uno sull’altro.Tutta la famiglia morì lì, inclusa Anastasia (come attestato dalle prove del DNA nel 1997) e i due fratelli più piccoli (i cui resti sono stati rinvenuti nel 2007). Servì tanto tempo ma comunque meno di quanto ne servì per uccidere Rasputin due anni prima. Dopo diversi tentativi (avvelenamento, percosse, colpi di pistola) da parte dei vari membri della congiura a Palazzo Jusupov-Moika, il monaco spirò nella fredda notte del 30 dicembre 1916 in mezzo al freddo della Russia, probabilmente con la percezione devastata di un’estrema eterna distanza dalla natìe terre siberiane.

Una volta al palazzo, Rasputin fu fatto accomodare in una stanza con dolci, tè e vino. I cospiratori furono sollevati nel vedere Rasputin mandar giù diversi bicchieri di vino avvelenato. Furono tuttavia sempre più preoccupati quando il veleno sembrò non avere alcun effetto sull’uomo. Alla fine ci sono voluti quattro pallottole e una caduta nel fiume Neva per uccidere Rasputin. La sua autopsia ha mostrato che la sua morte fu in ultima analisi causata da annegamento o ipotermia, indicando che è sopravvissuto a tutto (veleno e pallottole) tranne alla caduta finale nell’acqua gelata

Entro il 1918, tutto sarebbe cambiato: fu una tragedia annunciata, che spianò la strada al comunismo più becero, inizialmente valido rivendicatore dei dirtti negati dall’autarchia zarista ma successivamente dittatore di per se stesso. Ciò che è indubbio è che nulla, assolutamente nulla, in questa pagina della storia della famiglia Romanov è stato frutto del caso, e Gli ultimi zar lo racconta mirabilmente bene.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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