Il Sublime nell’Arte: tra bellezza e terrore, tra pittoresco e grottesco

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È la veglia della natura che spalanca il suo antro verdeggiante di smeraldo appassito ai forestieri gherminghi coi loro pensieri da umani, è un cielo tumultuoso e scalpitante che promette l’epifania vicina di un temporale eppure con un viola livido e un grugnante grigio invecchiato spalanca degli spiragli di luce brillanti.

Albert Pinkham Ryder, The Lorelei (1847)

Il sublime è una commistione tra opposti: un’antitesi ai cui vertici si posizionano le tenebre nere col terrore come paladino e, sull’altra sponda, la meraviglia incantatrice delle passioni primordiali, la potenza che ammalia e lascia esterrefatti gli uditori eccitati. Il sublime è un sentore, un rigurgito poetico di antichi ricordi primordiali, probabilmente è una sintesi della soppressione di quell’impulso di vita (Eros) che Sigmund Freud asserì essere disconosciuto dal Sè per poi essere rimosso fin dall’infanzia in qualche angolo remoto della psiche, per lasciare spazio al senso di realtà e a Thanatos, che mai scompare dall’unione mente-corpo.

John Robert Cozens, “Entrata della Grande Chartreuse a Dauphinè”, 1783

Un’unione di opposti, una fascinazione dalle tinte corvine come le paure più primitive e al contempo un fulgida fluorescenza di tinte brillanti: in Arte, a cavallo tra il ‘700 e l’800 il Romanticismo si affermò riscoprendo l’estasi disarmata che si prova dinanzi agli elementi primari, quelli presenti fin dal principio dei tempi. Si riscopre il sublime nella natura infinita o in un Paesaggio con arcobaleno (Wright of Derby, 1794), oppure si prova quelle frenetica vertigine, in bilico tra la fine e gli inizi delirati, all’Entrata della Grande Chartreuse a Dauphinè (John Robert Cozens, 1783). Tra i maggiori protagonisti vi furono:

Friedrich, "The Cross on the Mountain", 1812
Friedrich, “The Cross on the Mountain”, 1812
  • Caspar David Friedrich: fu il ritrattista dei sorprendentemente ingenui pallidi volti di bambino (I bambini Hulsenbeck, 1806), così ben amalgamati con le tinte vive dei vestiti da richiamare un senso d’irrealtà cangiante. Friedrich esasperò il sublime nel grottesco scenario livido di neve de L’abbazia nel querceto (1809) o La camminata sulla montagna (1812), oppure nella contemplazione di un tramonto a Dresda in La grande riserva (1832), per poi identificare l’apotesosi del colore blu come le onde ridondanti che si prostrano davanti al Monaco in riva al mare (1808-09).
Incendio della Camera dei Lords e dei Comuni il 16 ottobre 1834
  • Joseph Mallord William Turner fu un altro enfatizzatore del sublime tramite l’esasperazione delle gamme cromatiche: un ocra impazzito rifugge un sole del color dell’arancia in Incendio della Camera dei Lords e dei Comuni il 16 ottobre 1834, mentre in una dolce Venezia dalle tinte sbiadite e una luna lontana che pare tinteggiare di bianco l’intero quadro veneto è protagonista di La luna sorge (1840). Il sublime è una commistione tra bellezza e terrore, e nulla nella vita è più costante di questo connubio, che implica in sè una costanza temporale che mai abbandona l’uomo, nei suoi fecondi pensieri oltre che nei sogni più segreti.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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