“La vegetariana”, quando il cibo diventa l’arma finale anti sistema

Vegetariani: cosa significa fare determinate scelte alimentari

0 981

La vegetariana, quando il cibo diventa l’arma finale anti sistema

Han Kang
Han Kang

Noi italiani, si sa, amiamo il cibo forse più di qualsiasi altra cosa al mondo: non è solo un motivo di orgoglio e di vanto, ma un vero e proprio rituale ben infuso nel nostro essere, e attorno all’adorazione di questo costruiamo la nostra vita. La cena non è solo l’ultimo pasto della giornata, ma l’occasione del ritrovo e della condivisione; il pranzo domenicale è un’arte. Custodiamo gelosamente ricette di famiglia, ci infervoriamo contro una carbonara non cucinata a dovere e sappiamo perderci nel descrivere la bontà di un semplice sugo di pomodoro. Forse è proprio per la nostra totale adorazione del cibo che il libro La vegetariana dell’autrice coreana Han Kang equivale più o meno ad un pugno nello stomaco, un capovolgimento copernicano del nostro universo.

Il romanzo, che ha vinto il Man Booker International Prize 2016, il più importante premio letterario dedicato alla narrativa tradotta in inglese, a dispetto del titolo, non parla della scelta del vegetarianismo – sebbene alla protagonista venga affibbiato questo appellativo – da un punto di vista salutare o morale, ma di un generale rifiuto del cibo. O meglio, di un rifiuto, esemplificato dal cibo, filosofico ed esistenziale di una rete di sottintese norme sociali che intrappolano ognuno di noi in ruoli fissi, stereotipati.

Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante.

La vegetariana, quando il cibo diventa l'arma finale anti sistema
La vegetariana

È con questa frase che si apre il romanzo e il tono cinico con cui viene pronunciata è quello del marito della protagonista, la giovane sudcoreana Yeong-Hye: è lui la voce narrante in tutta la prima parte del libro ed è attraverso i suoi occhi e il suo giudizio che veniamo iniziati al dramma che arriverà a sconvolgere la sua vita: sua moglie è diventata vegetariana.

«Ho fatto un sogno» annuncia Yeong-Hye a pagina 19, seduta sul pavimento della sua cucina circondata da contenitori pieni di carne di manzo, pancia di maiale, stinchi di bue e anguilla: mentre il marito si dispera, lei lentamente getta tutto in un sacco nero della spazzatura e il sogno è l’unica spiegazione della sua scelta che ci verrà data in tutto il libro. Yeong-Hye fa un sogno e questo le cambia la vita: vegetariana, vegana e poi del tutto digiunante, perché le uniche cose che servono al suo corpo – su cui crescono foglie e dalla cui mani spuntano radici, come lo descrive alla sorella – sono acqua e luce. Un rifiuto che è totale, perché totali sono le viscerali norme che infrange: l’omologarsi al resto della popolazione e l’essere obbediente al proprio marito, ponendo la soddisfazione e il comfort di quest’ultimo al di sopra di tutto; le aspettative di comportamento e il funzionamento dell’intera società sud coreana.

Noi non sappiamo perché, ma Yeong-Hye non mangia e questo ci deve bastare. Le vie interpretative di questa scelta offerte dal romanzo sono tre, tutte però prive dell’unico parere che conta, quello della silenziosa protagonista, semplice oggetto e mai soggetto del romanzo.

Il marito, totalmente allibito e contrario a quella che lui percepisce come una semplice scelta alimentare, cerca di contrastare la decisione della moglie obbligandola a ingurgitare pietanze di ogni genere, con l’aiuto-tortura dei suoceri. Obbligo che porta Yeong-Hye a tentare il suicidio e a finire in una clinica psichiatrica, dove l’ingrasso forzato della paziente – creduta anoressica, schizofrenica e catatonica – continua.

spezieIl cognato, nella seconda parte – La macchia mongolica – vede nella sua scelta la stessa spiritualità che anima la natura e per questo decide di trasformarla in una pianta, dipingendole sul corpo fiori e foglie. La sorella, narratrice dell’ultima parte del romanzo, Fiamme verdi, al capezzale di Yeong-Hye interpreta tutto l’accaduto come un inevitabile crollo psicologico determinato dalla tremenda storia famigliare, segnata dalla ferrea disciplina di un padre militare.

Yeong-Hye intanto sogna e fa del detto di Feuerbach, Siamo quello che mangiamo, la sua filosofia: lei è una pianta, un albero, un essere naturale, e per questo il suo corpo non ha bisogno di nutrirsi di carne, ma solo di luce e acqua, in un totalizzante tentativo di tornare in comunione con la natura.

Ecco, è questo suo rifiuto totale che più colpisce, apparentemente incomprensibile in un mondo consumista che ha la M di McDonald come stemma e vive seguendo la filosofia dell’ingrasso. Ingrasso di cibo, ingrasso di beni, di informazioni e di ideologie: un ingrasso indiscriminato che non guarda in faccia la realtà ma che identifica nel più ce n’é, meglio è l’unico principio guida.

bimbi mcdonaldSiamo ben lontani dalla celebrazione del cibo come parte fondante della vita di Manuel Vàzquez Montalbàn, che nel suo Ricette immorali abbinava ad ogni ricetta un accostamento amoroso: un rapporto sessuale, una coppia, un partner; il cibo, qui, è il rilassante ideale per gli “sfinteri dell’anima”, indispensabile per vivere bene quanto fare l’amore. Manca anche l’esotico e invitante profumo della cucina baiana ad accompagnarci ad ogni pagina, come nel meraviglioso Dona Flor e i suoi due mariti del brasiliano Jorge Amado, che ha fatto dei profumi della sua terra e delle sue spezie il filo conduttore dei suoi romanzi.

Insomma, ne La vegetariana si rompe l’equilibrio della divina e commerciale triade del Mangia, prega, ama, perché improvvisamente il cibo – e la carne, in particolare – diventa l’esemplificazione dello sfruttamento e della crudeltà umana, che non solo uccide – odore di carne è odore di morte, per Yeong-Hye – ma intrappola, distorce e tortura natura e essere umani in egual misura.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.