Marcel Duchamp e l’ambiguità del ready-made: fine dell’arte come mimesis

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Marcel Duchamp e l'ambiguità del ready-made: fine dell'arte come mimesis
Marcel Duchamp e Ruota di bicicletta

Personaggio ermetico, amante degli scacchi, Marcel Duchamp (Blainville, 28 luglio 1887 – Neuilly, 2 ottobre 1968) nel 1913 “inventa” il ready-made facendo di uno scolabottiglie un’opera d’arte. Due anni dopo, Malevič esegue la prima versione di Quadrato nero su fondo bianco: questi i due eventi antitetici che hanno segnato in modo irreversibile le sorti dell’arte del Novecento in poi e di tutte le forme artistiche di sconfinamento o allontanamento dalla pittura.

Il comportamento riservato ed enigmatico di Marcel Duchamp ha influenzato profondamente la lettura critica delle sue opere. I suoi silenzi, i ritratti fotografici che lo immortalano travestito da donna o con una stella rasata in testa, i lunghi periodi lontano dall’attività artistica, le sue risposte secche (dadaiste?), ne hanno fatto un personaggio unico, faro imprescindibile per chi si accosta allo studio dell’Estetica e dell’arte contemporanea. Grande teorico, ad un certo punto della sua vita annunciò che artisticamente non aveva più nulla da dire, e che preferiva dedicarsi al gioco degli scacchi.

In un articolo del 1958 William E. Kennick proponeva un esperimento, poi ripreso da Arthur Danto nel 1981:

Immaginiamo un immenso magazzino riempito di ogni genere di cose – quadri di ogni genere, spartiti musicali per inni danze e sinfonie, macchine, strumenti, barche, case, statue, vasi, libri di prosa e di poesia, mobili e vestiti, giornali, francobolli, fiori, alberi, pietre, strumenti musicali. Ora chiediamo a qualcuno di entrare nel magazzino e di portare fuori tutte le opere d’arte che contiene.

Marcel Duchamp e l'ambiguità del ready-made: fine dell'arte come mimesis
Nudo che scende le scale n.2, 1912

Kant o Hegel non avrebbero avuto dubbi, soprattutto Kant. Sarebbe uscito dal magazzino a mani vuote, poiché non interessato all’esistenza o alla non esistenza dell’oggetto artistico. Ma noi, nel 2017, ossessionati dalla lusinga degli oggetti, cosa faremmo? Come si fa a riconoscere l’opera d’arte?

Lo scolabottiglie di Duchamp è un’opera d’arte poiché ha una sua autonomia e un puro valore estetico. Con l’intenzionalità esplicita, poi riconosciuta all’interno di un sistema-arte, Marcel Duchamp ha trasformato un oggetto di valore d’uso in un oggetto di valore estetico. Non è importante che l’artista abbia creato un’opera, ma che abbia scelto qualcosa− uno scolabottiglie, un orinatoio, una ruota di bicicletta − e le abbia dato uno status artistico.

La maggior parte delle opere per cui Marcel Duchamp è conosciuto in tutto il mondo, ossia i ready-made, è andata perduta e sostituita da repliche. Si tratta comunque di opere successive al 1913, poiché solo in quell’anno l’artista si allontanò dalla pittura − e dalla mimesis − per poi riavvicinarsi ad essa dal 1946. Il suo dipinto più celebre, dopo un periodo in linea con la ricerca del postimpressionismo e del simbolismo, è probabilmente Nudo che scende le scale n. 2, opera del 1912: una serie di sagome statiche in sequenza, dalle tonalità brune, rende il movimento, con un esplicito riferimento alla cronofotografia di Muybridge. Il cubismo di Duchamp, come quello di Delaunay o Léger, fu percepito come eretico rispetto alle proposte di Picasso e Braque, soprattutto per il suo riflesso già futurista. Fu appunto con quest’opera che Duchamp salutò l’esperienza cubista e la pittura: l’eccessivo movimento e il titolo ironico suscitarono l’incomprensione al Salon des Indepéndants del 1913, ma l’anno successivo, alla collettiva dell’Armory Show a New York, il pubblico statunitense capì di trovarsi di fronte a una rivoluzione. E rivoluzione fu.

Marcel Duchamp e l'ambiguità del ready-made: fine dell'arte come mimesis
L.H.O.O.Q, 1919

La Ruota di bicicletta del 1913 è una ruota di bicicletta montata su uno sgabello. È un marchingegno inutile che ci dice «guardatemi come un’opera d’arte, anche se non sembra che io ne abbia le caratteristiche». Il ready-made, termine coniato da Duchamp nel 1915, innesca una particolare difficoltà di fruizione. Una difficoltà linguistica, a causa dei titoli che spesso sono sarcastici giochi di parole (ad esempio L.H.O.O.Q., titolo della Gioconda con baffi e pizzetto e sorrisino ammiccante dovuto al chaud au cul), ma soprattutto interpretativa. L’ambiguità del ready-made è doppia, poiché convivono un’ambiguità che si nutre dell’oggetto (come nel caso di Fontana del 1917) e un’ambiguità insita nel concetto e riscontrabile nei titoli delle opere.

A questi oggetti già pronti, non rappresentati, ma semplicemente presentati, non è attribuibile una piacevolezza, un’immediatezza di gusto. L’oggettualizzazione del concetto offre la possibilità di potenziare il valore della quotidianità, ma con il pericolo della non comprensione (o peggio, del feticismo). L’oggetto, infatti, è solo la chiave per scoprire il codice che porta al concetto. Chi non possiede la chiave interpretativa di questi oggetti dall’aspetto innocente ne coglie solo l’oggettualità, senza poterne intravedere l’ambiguità concettuale: se lo scolabottiglie fosse in un centro commerciale o ammassato insieme ad altri oggetti nel magazzino di cui parla Kennick, lo riconosceremmo come ready-made?

Non ha importanza se il signor Mutt abbia o meno fatto la fontana con le sue mani. Egli l’ha scelta.

Marcel Duchamp e l'ambiguità del ready-made: fine dell'arte come mimesis
Fontana, 1917, replica 1964

A New York Duchamp nel 1917 presentò Fontana, ossia l’orinatoio capovolto, sotto pseudonimo. L’artista, che faceva parte della commissione che avrebbe selezionato le opere da esporre in una mostra, prendendo le parti del signor Mutt, decretò la fine dell’arte come mimesis. Significava anche mettere l’accento su quanto una firma possa trasformare una banalità in opera d’arte.

Basta una firma per dare ad un orinatoio la possibilità di essere venerato, di essere meraviglioso, costoso e ambito.

Un oggetto già pronto e una firma: un’idea di una semplicità così disarmante che nessuno, prima di Marcel Duchamp, aveva osato mettere in atto.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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