I grandi classici – Antigone di Sofocle, l’eterno conflitto tra autorità ed etica

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Nessun senno è nel compiere gesta oltremisura», dice Ismene. Come non concordare? Non si tratta di un’affermazione che possa trovare contrasti, né empirici né nella saggezza popolare. Il problema si pone nella definizione di “oltremisura”, il limite della funzione umanistica, per così dire; funzione in ragione di razza, ambiente sociale, momento storico. Indole, addirittura, comunque essa sia psicologicamente costruita. Non esistono verità assolute, ma solo punti di vista, se non per i valori archetipici, seppur vediamo anche persino questi si osa mettere oggi in discussione in nome di aberrazioni del ragionamento e della filosofia. Quindi, qual è, dov’è il discrimine tra azione oltremisura ed ignavia, tra persona prudente e rispettosa da un lato e opportunista indifferente (in senso gramsciano) dall’altro? Questo è solo un esempio degli interrogativi che pone il procedere per dualità contrapposte, che abbondano nel testo: del resto Antigone di Sofocle è una tragedia, ossia teatro, e pertanto imperniata sul dialogo-contrasto. Tralasciamo, volutamente, considerazioni sul testo in senso stretto, per le ovvie questioni legate alla traduzione ed alla resa poetica: diciamo solo che noi abbiamo avuto per le mani una versione edita da Einaudi con la traduzione di Massimo Cacciari, completa peraltro anche delle note di regia di Walter Le Moli.

A quanto consta, Antigone venne rappresentata per la prima volta nel 442 avanti Cristo. «Nessuna umana istituzione è più malvagia del denaro. È il denaro che distrugge le città, lui che caccia gli uomini dalle case, lui distorce e sconvolge anche gli animi più nobili tra i mortali, istigandoli a turpi azioni, lui ha reso gli uomini disponibili a tutto, anche a conoscere l’empietà. — e così imparerete come arraffare il guadagno in futuro e che non bisogna amarlo da ogni parte provenga. E vedrete che i turpi profitti hanno accecato più gente di quanta ne abbiano salvato». Anche il pecunia non olet di latina memoria, evidentemente, non è un concetto originale. È evidente che Antigone è un testo stupefacente per la modernità, l’attualità e la capacità previsionale. In definitiva, la trama è semplice: in contrasto con una precisa disposizione contraria di Creonte, tiranno di Tebe, Antigone dà sepoltura al fratello Polinice, e riceve perciò una terribile condanna. In conseguenza di ciò, Antigone si suicida, ed alla sua morte seguono analoga sorte il suo promesso sposo Emone, figlio proprio di Creonte, e la madre Euridice. Creonte, avvertito dall’indovino Tiresia, non fa in tempo a fermare la tragedia da lui stesso innescata, e dovrà vivere col rimorso per la stoltezza delle sue azioni.

Le possibilità interpretative di Antigone sono numerose, seppur fondamentalmente sempre nel segno del contrasto duale: quello tra Antigone e la sorella Ismene, quello tra Tiresia e Creonte, ma soprattutto quello tra lo stesso tiranno ed il figlio Eumene. Se ad un livello vediamo il contrapporsi di istituzioni come la famiglia da un lato e lo Stato dall’altro, ad un livello superiore riconosciamo il tema fondamentale, ossia quello del – possibile, ma la tragedia lo dipana – contrasto tra Stato ed etica, che poi estrinseca il binomio oppositivo etica-morale. Al netto delle considerazioni di natura religiosa: Antigone sostiene che nessuna norma di diritto umano possa sovrastare quello che viene tratteggiato come diritto divino, ma ovviamente nel discorso che tiene conto dei concetti di autorità e potere, che hanno attribuito alla tragedia un valore di manifesto contro i totalitarismi ante litteram, la questione religiosa viene sopravanzata da quella umanistica e politica.

«Chi crede di essere il solo a capire, il solo a poter parlare, il solo a possedere un’anima retta, appena lo apri scopri che è vuoto». Da tenere assolutamente presente è che in Antigone è presente anche un tema femminista-patriarcale: come Creonte rappresenta il padre dispotico e castrante, prototipo del narcisista patologico, così incarna una virilità maschile che viene messa in pericolo dalla ribellione di Antigone, la cui colpa, in una società come quella greca, è aggravata dal fatto di essere una donna. Ma per quanto importante, anche questo non è che un corollario, una sfaccettatura di un dramma complesso ed articolato, il cui senso ultimo è fondamentalmente di una semplicità disarmante.

Ripreso poi dai pensatori di tutto il mondo e tutte le epoche, sotteso nelle opere più varie o esplicitato in formulazioni come quelle di Bertrand Russell sul dissentire, Antigone ci dice che non esiste alcuna legge che sia superiore ai principi dell’etica, e che questi sono umanistici. Sofocle, peraltro, ha una visione sicuramente dura, tesa, che potremmo definire pessimista rispetto alla natura ed al destino dell’uomo: «Avrà così sempre vigore oggi e in futuro, come l’aveva in passato, questa legge: mai grandezza ai mortali viene senza dolore. … Breve è il tempo che passa senza sciagura».

Il che, peraltro, ci offre un esempio lampante del fatto che la Storia non insegna nulla ai suoi recalcitranti scolari, se è vero come è vero che anche la strettissima attualità ci offre la possibilità di vedere e riconoscere la cogente modernità di Antigone, e di qualche, sporadica Antigone tra di noi. Ma niente, non ci arriviamo.

Chi capisce che un retto volere è il bene più grande?

Vieri Peroncini per MIfaccidiCultura

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