L’invenzione di un’immagine: Casanova tra il mito del libertino e lo scrittore

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Uomo dedito alle avventure amorose, gran conquistatore, seduttore privo di scrupoli: questo è il significato che il sostantivo casanova ha assunto nella nostra lingua. Ma prima di tutto ciò, Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Duchov, 4 giugno 1798) fu un intellettuale e avventuriero originario di Venezia e, soprattutto, un uomo che seppe fare della storia della propria vita un mito letterario. L’opera maggiore che Casanova ci ha tramandato è l’Histoire de ma vie, scritta in un francese alquanto italianizzato e penetrata così profondamente nella nostra cultura da tramandarci quell’immagine di libertino che ne abbiamo ancora oggi.

Oltre che un prodigioso amante, Casanova fu in realtà anche un grande viaggiatore che, nelle continue peripezie tra favori principeschi ed esilio, tra prigione e fuga, si spostò tra Costantinopoli, Parigi, Londra, San Pietroburgo. Egli fu inoltre un uomo di scienza, appassionato di letteratura, dei cabinets de curiosités con i loro strumenti scientifici, di algebra e geometria. Si interessò anche al teatro collaborando persino con Da Ponte nella stesura del libretto del Don Giovanni di Mozart. Gioco del destino? Proprio il Don Giovanni è il personaggio a cui egli viene accostato nell’immaginario collettivo, benché molti studiosi abbiano sottolineato le differenze tra le due figure, evidenziando che Casanova, pur nella sua incostanza, si innamorava veramente delle donne che frequentava.

Sebbene la sua biografia sia estremamente interessante, rimane il fatto che la sua figura è stata oggetto della creazione di un mito, di una progressiva riduzione ad un’unica caratteristica saliente, quella del libertino. Ma questa tendenza alla creazione di un’immagine di sé, di una spettacolarizzazione del personaggio era forse insita nella natura stessa dello scrittore, come sembrano indicare le sue memorie. L’Histoire de ma vie, in effetti, da una parte, mette in risalto quel carattere fortemente aristocratico e ostentatorio che lo caratterizza, come i duelli e la celebre fuga dai Piombi; dall’altra mostrano la sua vita nei particolari più intimi, come la descrizione delle scene erotiche. Eppure, anche questo non deve troppo sorprendere in un Settecento dove già Rousseau con le sue Confessioni aveva inaugurato la moda del “dire tutto”.

ll film diretto da Fellini nel 1976, Il Casanova, nonostante l’inequivocabile valore cinematografico, ha contribuito alla stereotipatizzazione di questa figura mettendo in risalto l’idea dell’uomo dai facili costumi e riducendo d’importanza tutti gli altri aspetti della sua personalità. Il Casanova non mette tanto in scena un personaggio storico, quanto una sua caricatura, un mito del personaggio che viene rielaborato da Fellini per trattare delle tematiche che lo interessavano.

Per questo nel film non dobbiamo tanto ricercare la vera storia biografica dell’uomo Casanova, quanto piuttosto la sua rivisitazione da parte di un regista della seconda metà del Novecento. La questione dell’erotismo nell’opera felliniana è portata sino all’eccesso e non è nemmeno esente una velata critica al machismo, impersonato da questa figura quasi maniacale nella ricerca di avventure sessuali e leggermente omofoba. Nonostante queste riserve, la questione dell’amore e del libertinaggio sono certamente trattate in modo sublime da Fellini.

Ciò che ho trovato estremamente convincente ne Il Casanova è il miscuglio nel personaggio tra sensibilità e libertinaggio. Infatti Casanova, personaggio settecentesco, non può fare a meno di emozionarsi recitando il Tasso, vagheggia più volte propositi vanagloriosi di morte e di sudicio, scoppia in lacrime di fronte all’abbandono da parte di un’amante o nel vederla suonare il violino. Uomo del suo tempo, Casanova è un uomo sensibile che vive e esprime i suoi sentimenti con l’enfasi di un rivoluzionario e la lacrima di una giovinetta.

Il Casanova di Fellini

Fellini coglie anche un’altra sfumatura del personaggio, che ancora una volta è forse più una lettura di un’epoca che una caratteristica della figura storica di Casanova, ossia il connubio tra amore e morte. Questo è il significato della scena con la suora Isabella e della frase di Casanova «voglio morire con te», perché, in fondo, amare senza limiti, il Romanticismo ce lo ha insegnato, è desiderio di perdersi nell’altro, di annullare sé stesso. Nel film persino il godimento procurato dall’amplesso non è tanto quello del piacere in sé, quanto il sentimento di perdita di sé, il desiderio di non sentire la propria stessa esistenza, come dimostrano i volti stessi dei personaggi alla fine delle scene sessuali.

Certo è che il mito letterario possiamo ritrovarlo in tante sfaccettature ma l’uomo e lo scrittore che fu, quello possiamo tentare di tracciarlo solo a partire dai suoi scritti:

Scrivo la mia vita per ridere di me e ci riesco. Scrivo tredici ore al giorno, e mi passano come tredici minuti. Qual piacere ricordare i piaceri! Ma qual pena richiamarli a mente. Mi diverto perché non invento nulla.

Consuelo Ricci per MifacciodiCultura

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