Gauguin il sintetista: l’osservatore disilluso della natura e dell’amore addormentato

«Era alta di statura e il fuoco del sole brillava sull'oro della sua carne, mentre tutti i misteri dell'amore dormivano nella notte dei suoi capelli»

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Descrivendo il Sintetismo, Paul Gauguin lo commentò con queste parole:

Voglio staccarmi quanto più è possibile da qualsiasi cosa che dia l’illusione di un oggetto

Paul Gauguin, “Arearea”, 1892

Non vi è un paesaggio o un volto di persona che s’imprima in due menti nel medesimo modo: la realtà viene osservata e immagazzinata in un’eterogeneità di forme diverse. Ogni persona opera cioè solo una “sintesi” di quella che è l’immagine reale, sempre che ne esista una oggettiva inconfutabile. Ne consegue che ognuno, per esempio, più o meno consapevolmente, presti maggiore attenzione a un dettaglio piuttosto che a un altro, e dentro le singole menti quel particolare si associa in automatico ad altri contenuti precendentemente immagazzinati. Ogni persona ha perciò un mondo di idee e rappresentazioni che va costruendosi di giorno in giorno, e lo farà secondo le sensibilità e il modo d’interfacciarsi alla realtà tipici della sensibilità individuale.

 Paul Gauguin, "Manaò Tupapaù" (1892)
Paul Gauguin, “Manaò Tupapaù” (1892)

Innanzitutto l’emozione, soltanto dopo la comprensione! (Paul Gauguin)

Il mondo interiore di Paul Gauguin fu in grado di “sintetizzare” la realtà captandone i colori rappresentativi, che spiccano per un calore avvolgente che si osserva nella resa dei soli gialli soli e nel rosso estremamente vermiglio degli abiti tahitiani, per poi schiarire soavemente in un copriletto blu notte che accompagna l’onirico di un soma addormentato. Due furono i viaggi che plasmarono la personalità, e di conseguenza l’arte, di Gauguin:

  • Primo viaggio: Pont-Aven
Paul Gauguin, “La visione dopo il sermone”, 1888

Nel 1886, l’artista si recò in Bretagna, e grazie anche all’influsso di artisti quali Emile Bernard, iniziò ad osservare il mondo e la natura in un’ottica disillusa e disicantata dall’oggettività del reale. Di questo periodo sono La visione dopo il sermone (La lotta di Giacobbe con l’angelo) risalente al 1888 e Il cristo giallo (1889), che esemplificano quanto l’aver passato del tempo entro l’arcaicità di alcuni villaggi, in cui i meccanismi di vicinanza tra le persone e le regole sono ridotte all’essenziale, abbia esercitato un’influenza sul pittore. Da quest’incontro con la natura incontaminata, ricca dei suoi colori forti e vividi che colpiscono la fiamma della vitalità umana catturandone l’attenzione, Gauguin impostò definitivamente il suo stile, distante quanto mai dalla rigidità dei Salon.

  • Secondo viaggio: Tahiti
Paul Gauguin, “Donne di Tahiti” o “Sulla spaiggia” (1891)

La visione di alcuni rilievi del tempio di Borobudur a Giava permisero a Gauguin di restituire in maniera ancor più fedele quelle fisionomie che incontrò nei numerosi pellegrinaggi a Tahiti. Donne di Tahiti o Sulla spaiggia (1891) raffigura il pensiero silente di due donne, quella a sinistra intenta in una contemplazione a occhi bassi, mentre l’altra nell’osservazione di qualcuno al di fuori del punto d’osservazione. I colori rosso vivido e il rosa fintamente innocente si scontrano con la sabbia ocra e col verdeggiante mare leggermente mosso sullo sfondo. La scelta dei colori non è casuale nemmeno in un’altra opera di quegli anni: Manaò Tupapaù (1892) respira totalmente nuda, addormentata, su un lenzuolo candidamente bianco, la cui innocenza si scontra col viola delle tenebre notturne e dei suoi ospiti (lo spirito dei morti sulla sinistra).

Paul Gauguin, “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” dettaglio (1897)

Il mondo di Gauguin sintetizzò perfettamente le abitudini e i pensieri astratti, ma alle volte concretizzò anche dei turbamenti pensierosi condivisi dalla massa: in Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897), lasciando la sua firma sui bordi pennellati di giallo, l’artista pone tali quesiti. L’opera risale agli anni che precedettero il tentato suicidio dell’uomo, e tramite le figure dell’infanzia (sulla destra), dell’adolescenza (al centro) e della vecchiaia (all’estrema sinistra), la mente alle volte perde il filo del proprio percorso. Eppure, come sosteneva l’artista, ogni fase della vita è come una donna stupenda che si può contemplare e amare voracemente, perchè è «alta di statura e il fuoco del sole brilla sull’oro della sua carne, mentre tutti i misteri dell’amore dormono nella notte dei suoi capelli».

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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