Ermanno Olmi, il regista bergamasco dai primi documentari a “Torneranno i prati”

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Ermanno Olmi
Ermanno Olmi

Ermanno Olmi è una delle figure e delle personalità legate al cinema italiano che vengono spesso, ingiustamente, accantonate e messe da parte in favore di altri registi. Tuttavia, la proposta filmografica di Olmi è considerabile esattamente alla pari (se non superiore) a quella di molti altri autori del nostro Paese, in quanto il regista bergamasco si è dimostrato capace lungo tutto l’arco della sua carriera di proporre molte pellicole di alta qualità. Nato proprio a Bergamo il 24 luglio 1931, Ermanno Olmi esordisce dietro la macchina da presa per la Edison durante gli anni ’50, l’azienda dove lavora anche sua madre. In questo periodo, è incaricato di realizzare moltissimi documentari destinati ai dipendenti dell’azienda stessa e già da questo suo primo incontro con il medium cinematografico si possono individuare alcuni degli elementi che ritorneranno nella sua produzione. Questi documentari sono infatti un ottimo ritratto del processo di industrializzazione in Italia successivo alla seconda guerra mondiale e mostrano lo spiccato interesse da parte di Olmi per l’uomo e per la sua condizione, evidenziando come la sua vena autoriale fosse già presente anche in questi primi acerbi lavori.

La sua prima opera per il grande schermo è Il tempo si è fermato (1958), un lungometraggio che inizialmente doveva essere un documentario proprio per la Edison ma che il regista decise invece di ampliare rendendolo così il suo film di debutto. La pellicola racconta di Roberto, uno studente universitario che trova lavoro come guardiano di una diga insieme a un’altra persona di nome Natale, con la quale svilupperà, dopo un periodo di diffidenza iniziale, un solido rapporto di amicizia reciproca. Il film affronta così tematiche strettamente umane e lo fa con una semplicità e un rigore estetico che richiamano fortemente il Neorealismo, sebbene Olmi non facesse parte del movimento.

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Una scena da Il posto

Anche Il posto (1961) e I fidanzati (1963) seguono quest’impronta stilistica e riescono a riscuotere successo anche in diverse rassegne cinematografiche nazionali e internazionali. Il primo in particolare riceve il Premio della critica alla Mostra del cinema di Venezia e rappresenta la realtà sociale italiana degli anni ’60, riportando i suoi cambiamenti rispetto al passato. La storia di Domenico, un ragazzo che cerca di essere assunto da un’importante azienda milanese, e della sua famiglia si presenta così come un’ottima occasione per riflettere sul nuovo ruolo della società piccolo borghese, in relazione soprattutto con le realtà contadine e operaie.

I film di Ermanno Olmi immediatamente successivi a queste sue prime opere, per quanto interessanti, non risultano essere altrettanto brillanti. Tuttavia, nel 1978, il regista bergamasco produce uno dei suoi capolavori: L’albero degli zoccoli. Il film, che vince anche la Palma d’oro al Festival di Cannes, è interpretato interamente da attori non professionisti, provenienti prevalentemente dalle campagne bergamasche e che si esprimono infatti nel loro dialetto. L’albero degli zoccoli racconta così della vita di alcune famiglie contadine sul finire dell’Ottocento, in controtendenza rispetto alle opere precedenti di Olmi: questa volta è l’epoca preindustriale a proporsi come il fulcro centrale della narrazione del regista, riprendendone nostalgicamente il clima e lo spirito.

Ermanno Olmi
Il mestiere delle armi

Durante gli anni ’80, Ermanno Olmi soffre di una grave malattia che lo tiene lontano dal cinema per diverso tempo: la sua completa guarigione lo riporta tuttavia all’opera e con Lunga vita alla signora! (1987) e La leggenda del santo bevitore (1988) si aggiudica rispettivamente il Leone d’argento e il Leone d’oro al Festival di Venezia. La leggenda del santo bevitore in particolare è una delle sue opere più riuscite, adattamento del racconto autobiografico omonimo di Joseph Roth. Il film è carico di simbolismo e racconta di Andreas Kartack, interpretato da Rutger Hauer, un senzatetto che quando riceve del denaro decide sempre di cercare di sdebitarsi. In questo modo Olmi, in una storia fortemente legata alla concreta realtà, riesce a costruire una narrazione composta da diversi elementi che ritornano ciclicamente, fornendo una sua personale interpretazione della vita in una pellicola ricca di elementi simbolici.

Un altro dei film migliori e più interessanti del regista bergamasco è Il mestiere delle armi (2001). La pellicola propone gli ultimi giorni di vita del condottiero Giovanni dalle Bande Nere, ma come è tipico della produzione filmografica di Ermanno Olmi il vero fulcro della pellicola non è questo: ne Il mestiere delle armi, Olmi racconta una storia corale, in cui i problemi e le vicissitudini del singolo sono importanti tanto quanto quelle della collettività. Tra le tematiche affrontate, come ad esempio la sofferenza e il dolore intese come emozioni umane condivise, emerge anche il rapporto tra il vecchio e il nuovo, rappresentato simbolicamente nell’opposizione tra le armi da fuoco dell’esercito con le armature dei protagonisti che non riescono ad incassarne i colpi.

Negli ultimi anni, Olmi ha progressivamente diminuito la sua attività di regista: il suo ultimo lavoro è Torneranno i prati (2014), con Claudio Santamaria, ambientato nelle trincee sull’Altopiano di Asiago. L’opera è un ulteriore resoconto dell’interesse di Olmi per vicende che mettono a nudo l’umanità dei suoi personaggi, senza escludere un velato ma comunque presente commento sociale: una particolarità per la quale si è dimostrato un maestro.

Ermanno Olmi si è spento il 7 maggio del 2018 all’età di 86 anni, lasciandoci in eredità il suo cinema testimonianza dei cambiamenti del nostro paese ma anche racconto delle sfaccettature dell’animo umano.

Daniele Sacchi per MIfacciodiCultura

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