Alphonse Mucha, l’artista che ammaliò il mondo con le sue donne da fiaba

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Alphonse Mucha, l’artista che ammaliò il mondo con le sue donne da fiaba

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Fantasticheria, 1897

Andiamo alla scoperta del massimo esponente dell’Art Nouveau: Alphonse Mucha (Ivančice, Repubblica Ceca, 1860 – Praga, 1939).
Dopo una prima formazione pittorica, in Moravia prima e a Monaco di Baviera dopo, nel 1887 Mucha arrivò a Parigi: qui, il benessere economico e l’ottimismo favorivano lo sviluppo delle arti. Le sue opere divennero la testimonianza di quel gusto della Belle Époque, dai toni mondani e nostalgici, imprimendovi però uno stile nuovo, originale.
Il grande successo arrivò nel gennaio del 1895, quando l’attrice Sarah Bernhardt gli commissionò il manifesto della sua prossima opera Gismonda. Ciò che Mucha le presentò era del tutto inedito: un formato verticale, allungato, quasi a grandezza naturale, in cui si veniva colpiti dalla raffinatezza e dalla ricchezza dei colori, e dal profilo stilizzato della figura. Da questo momento l’attrice offrì all’artista un contratto di 6 anni per la produzione di costumi, scenografie e manifesti, i quali trasformano ogni spettacolo della Bernhardt in un evento. In questi anni lo stile di Mucha è inconfondibile, caratterizzato dall’uso di linee morbide, forme floreali, elementi bizantini e richiami fitomorfi, ed influenzerà tutte le forme d’arte tra fine ‘800 e i primi vent’anni del ‘900, passando alla storia come uno dei maggiori esponenti dello Stile Liberty o Art Nouveau.

Oltre alle stampe e ai cartelloni pubblicitari, Alphonse Mucha si dedica alla scultura, a progetti d’architettura d’interni, alla creazione di gioielli, ma soprattutto alla realizzazione di pannelli decorativi, nei quali emerge la sua predilezione per la personificazione di cose ed idee. I suoi sono poster senza testo, eseguiti ai soli fini artistici o per decorazioni d’interni: una nuova forma d’arte, più accessibile ed economica. Protagoniste, e ormai suo marchio di fabbrica, erano le incantevoli e leggiadre figure femminili coi capelli appena agitati dal vento, adornate con stoffe fruscianti e drappeggi avvolgenti. Da sottolineare la sua attenzione per i dettagli, le chiome che ricordano fregi arabescati, le pieghe dei vestiti che delineano i corpi: nel manifesto per la tragedia Médée (1898), la Bernhard tiene in mano il pugnale col quale ha ucciso il figlio e dalle sue mani e dal suo sguardo traspare tutta la tensione e la drammaticità dell’opera.

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Sarah Bernhardt

Data la sua grande fama, nel 1899 il governo austriaco gli commissionò una serie di lavori per l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, tra cui la decorazione del padiglione della Bosnia-Erzegovina. Per il suo lavoro fu insignito dell’Ordine Imperiale di Francesco Giuseppe I.
Tutto questo però turbò l’artista, che si trovava a lavorare per l’Impero che dal 1878 aveva annesso i popoli slavi, i quali soffrivano per tale dominazione. Alphonse Mucha rimase sempre legato alle sue radici nazionali, anche se la ricchezza ed il successo ottenuto a Parigi lo avevano per un periodo distolto dal suo interesse per la vita del suo popolo. Lui credeva nel progetto della Cecoslovacchia indipendente e voleva mettere il suo talento artistico al servizio della causa politica. Temi ricorrenti della sua arte furono l’identità ceca, il panslavismo, l’amore per la patrie e la famiglia.
Tra il 1904 e il 1909 si recò 5 volte negli Stati Uniti per trovare finanziatori per la realizzazione di un’opera che celebrasse la civiltà slava. Nel 1910 tornò definitivamente in patria per dedicarsi all’opera epica che raffigurasse le gioie e i dolori dei popoli slavi, sottolineando ciò che li accomunava e le loro lotte contro l’oppressione straniera. L’Epopea slava (1910-28) è opera colossale di venti tele (6×8 metri) che racconta i principali avvenimenti della storia slava, di cui in mostra sono esposti dieci studi preparatori.

Dalla fine dell’800 in poi, le opere di Alphonse Mucha sono caratterizzate da una riflessione filosofica sull’umanità, sulla storia e sul ruolo che nel mondo deve avere l’arte in qualità di portatrice di messaggi d’amore, di verità e bellezza, virtù capisaldi dell’umanità. L’arte è in grado di far migliorare e progredire il mondo e l’artista, col suo lavoro, ispira e diffonde idee di fratellanza e di unione, che generano comprensione e pace duratura per tutti i popoli.

Gaia Del Riccio per MIfacciodiCultura

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