#1B1W – In “Kitchen”, con Banana Yoshimoto, il cibo cura il dolore

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Kitchen. La cucina rimanda immediatamente al luogo familiare più intimo. I momenti dei pasti sono più di un nutrimento per il corpo: sono un rituale per ritrovarsi con gli altri e con se stessi. Kitchen (Universale Economica Feltrinelli, 2018), il romanzo d’esordio della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, dimostra quanto tutto il mondo sia paese quando, nel celebrare lo spazio di una casa, si rimandi al cibo e all’atto d’amore che subentra nella cura di cucinare una pietanza per le persone con le quali si condivide il naturale gesto di ingurgitare qualcosa quando i brontolii della fame segnano l’ora biologica dei pasti.

Kitchen, però, compatibilmente con uno dei luoghi più comuni anche della cultura italiana, celebra un passo in avanti rispetto alla semplice preparazione di una ricetta culinaria. Così, nelle righe che la Yoshimoto riempie con il dolore dei protagonisti e con il cibo preparato al risveglio dal torpore che un lutto lascia dentro ognuno di noi, si ritorna facilmente alle consuetudine di tanti popoli di segnare ogni momento di grande felicità o di grande tristezza con un cerimoniale che passa attraverso il sostentamento. Un nascita richiede i confetti, un lutto è segnato dalle “visite” con cui persone affettivamente legate ai parenti del defunto portano loro, nella tradizione campana ad esempio, “zucchero, caffè e biscotti”, che volendo essere precisi poi affonda le radici nella “consolazione” di portare qualcosa di già caldo e cotto a chi non dovrebbe avere neanche la forza di provvedere a sé distrutto dalla sofferenza dell’incolmabile sofferenza.

«Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina…» dice in incipit la giovanissima orfana Mikage, segnata dalla perdita anche della nonna con la quale è cresciuta, quando sulla sua strada incontra il conforto della “cucina” di Yuichi, un giovane compagno di università che, ormai completamente sola, la invita a stare a casa con lui e sua “madre”, Eriko, che non è quella naturale, che anche lui ha visto morire. Così, in un bellissimo mondo che contempla la fantasia e la libertà dell’amore e conosce bene l’irreversibilità di certi vuoti, Mikage, Yuichi e Eriko si fanno compagnia e ripartono dalla cucina.

In quella stanza tra i fornelli, il frigorigero ed il lavandino in cui la giovane trova la sua cura a tutto quel dolore, si risveglia la sua passione di fare la cuoca; in quella stanza dove, dopo aver lasciato quell’abitazione, ormai in grado di camminare con le sue gambe per il mondo, torna per somministrare la stessa cura di cibo e di attenzioni quando è Yuichi a trovarsi di nuovo smarrito, in preda al tormento di aver visto uccidere sua “madre”.

La particolarità della figura di Eriko è il chiaro emblema del concetto di “cura”, che passa anche per l’illusione, per il sogno e per il desiderio, che Banana Yoshimoto vuole trasmettere, che non considera necessarie le convenzioni (nel racconto in appendice Hiiragi, segnato dalla morte del fratello e della fidanzata, non teme di indossare la sua divisa femminile per combattere la sua sofferenza) non i tempi altrui, ma la verità di mani che sanno fare e non si possono fermare per fasciare e guarire il cuore di chi sta male.

Il cibo di Banana Yoshimoto, per estensione dunque la cucina, ha un valore catartico, che segna la dichiarazione della sfida di un amore, che passa per il rito del tè che consente a Satsuki (protagonista anch’ella del racconto in appendice, cognata di Hiiragi) di accedere al fenomeno della Tanabata con Urara e dire addio al “raffreddore fortissimo” che colpisce tutti prima o poi.

Il raffreddore, sai – disse Urata con voce calma, abbassando lievemente le palpebre – adesso è nella fase peggiore. Stai così male che preferiresti morire. Però forse a questo punto non può peggiorare. Ogni persona ha limiti che non possono essere oltrepassati. È vero, in futuro il raffreddore ti potrebbe tornare, in una forma forte e altrettanto grave, ma se tieni duro forse non accadrà più per tutta la vita. È così che funziona. Puoi considerare inaccettabile la possibilità che torni oppure, se torna, dire a te stessa: “Beh, ci risiamo di nuovo?” E tutto diventa molto più facile. – Mi guardò sorridendo con gli occhi spalancati. Aveva parlato veramente del raffreddore?

Queste parole si annoverano nei modi semplici, ma non semplicistici, di parlare dei grandi punti di domanda della vita, primo tra tutti la morte. Quella semplicità che è propriamente la stessa naturalezza con cui si cucina per chi si ama e di cui ci si intende prendersene cura.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura

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