Elogio della fiducia: perché Face app non è nemmeno la punta dell’iceberg del problema

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È la società dell’allarme periodico, verosimilmente programmato. Ma è così consolatorio, nevvero, individuare un nemico e ancor più pensare di aver scampato un pericolo. Così, come già accaduto in passato, il web e non solo è invaso da campanelli d’allarme (dovremmo dire “tamburi di latta”?) circa il mortale rischio che corre la nostra privacy, o meglio il nostro diritto alla riservatezza se mai dovessimo scaricare Face App e, horribile dictu, persino usarlo. «Se in teoria, infatti, come dice la privacy policy dell’app, il software prende in carico solo i contenuti multimediali che noi stessi decidiamo di caricare, sappiamo bene che, piuttosto, come tutti i software e i servizi che usiamo ogni giorno, anche FaceApp raccoglie anche altri dati collaterali sull’utilizzo del sistema (i famosi cookies)»: la rete, e non solo, è pertanto invasa da messaggi simili, e di conseguenza da post e messaggi tutti orgogliosi di persone che non si sono appecorite ad usare questo pericolosissimo software. Nessuno sembra trovare nulla di strano nell’affermazione che, esplicitando, tutti i software usano i biscottini, ma di Face app è meglio non fidarsi.

Ammettiamo di aver approfondito relativamente poco la questione, ma il “core business” della stessa parrebbe incentrato sul fatto che Face app possa derubarci dei nostri dati personali, esattamente come, in potenza, potrebbe fare ogni programma, applicazione, scheda elettronica, metodo di pagamento, sistema di tracciamento satellitare, telecamera di sorveglianza: Person of interest non è poi un telefilm di fantascienza, e tra un po’ non lo sarà nemmeno Minority Report (precog a parte). Certo, il problema della nostra riservatezza è acuito dal fatto che, a quanto consta, i nostri dati andrebbero in mano ai tovarisch russi. Siamo tracciati e sorvegliati in ogni momento, ma Cave cave, arrivano i russi.

Di per sé, non è ben comprensibile l’astio in valore assoluto che suscita questa Face app, che fondamentalmente invecchia i volti facendo vedere come, teoricamente, potremmo essere di qua a trent’anni circa. La cosa, evidentemente, non si confà alla società dell’immagine, della giovinezza forzata e contrabbandata come valore esistenziale: dal canto nostro, l’abbiamo utilizzata e apprezzata, perché siamo ben lontani dal demonizzare l’età senile, perché in fondo ci piace assomigliare al nonno di Renato Pozzetto e perché, infine, vediamo questa possibilità come una sorta di specchio magico, o di ritratto di Dorian Gray, o ancora come una sorta di esteriorizzazione dell’immagine interiore (ma ciò può avvenire solo quando ci si sente vecchi inside, ahinoi).

Ma soprattutto, è risibile e anche un po’ patetico l’entusiasmo con cui vengono apostrofati coloro i quali hanno usato Face app da coloro che, orgogliosamente, hanno resistito resistito resistito, e non hanno messo i loro dati personali, forse, in mano alle spie che vengono dal freddo. Ci pare quanto mai illusorio difendere con tanta foga la propria riservatezza: sia perché tutta la nostra quotidianità punta decisamente in comportamenti di segno opposto (serve davvero elencare la miriade di comportamenti, selfie e social in testa, in tal senso? Non serve). La mancanza di privacy è un valore, anche e soprattutto di natura economica, e dal gossip ai reality (Ciao Darwin docet) siamo disposti pressoché a qualsiasi abiezione pur di avere i nostri 15 warholiani minuti, sperando che si protraggano il più possibile nel tempo, e auspicabilmente si trasformino in euro sonanti. Di questi tempi, anche i rubli vanno benissimo.

Per strano che possa sembrare, tanta contraddittoria acrimonia nei confronti di Face app è in stridente contrasto con la natura intrinseca della nostra società e la nostra Era: la quale, più di ogni altra e contro ogni apparenza, può definirsi come l’Età della Fiducia. Anzi, mai prima d’ora nella storia dell’uomo questo sentimento di benevolenza è stato più vicino al suo significato etimologico, dato che il termine deriva, grossomodo, da fides, ossia “fede”: nonostante la fiducia venga definita, più o meno, come una «Attribuzione di potenzialità conformi ai propri desideri, sostanzialmente motivata da una vera o presunta affinità elettiva o da uno sperimentato margine di garanzia», la fiducia ha fortissimi connotati fideistici, ossia viene concessa senza onere della prova. Addirittura, arriviamo a dire con scarsissimo margine esperienziale, o addirittura con prove empiriche contrarie.

30 anni in più in un click

Il punto è che la fiducia va concessa per questione di cogente sopravvivenza pratica. Se in una condizione sociale arcadica, semplice, retta da forme dirette (o quasi) di governo e soprattutto a basso livello tecnologico e con scambi commerciali su scala ridotta la fiducia poteva – ed era consigliabile che fosse – concessa su basi di conoscenza diretta, la nostra tecnologia in primis e la natura commerciale della società occidentale in secundis fanno sì che dobbiamo concedere fiducia alla cieca ad ogni pié sospinto, più e più volte al giorno e su aspetti fondamentali del quotidiano. Dobbiamo fidarci delle date di scadenza dei prodotti alimentari, della loro corretta conservazione, dell’elaborazione delle buste paga, dei calcoli pensionistici, dell’intenzione delle banche e delle assicurazioni di trattarci da clienti e non da bovini da latte; dobbiamo credere al nostro avvocato, al commercialista, al medico, dobbiamo fidarci del risultato delle analisi cliniche e della effettiva necessità di quel – costosissimo – trattamento terapeutico. E dobbiamo fidarci del fatto che le norme della circolazione stradale verranno rispettate dagli altri automobilisti, che ovviamente hanno preso la patente a regola d’arte e non comprata al discount (e viaggiano su un veicolo regolarmente assicurato); del fatto che i mass media ci presenteranno i fatti separati dalle opinioni, che non strumentalizzeranno a fini politici le tragedie umane, che il Parlamento sia al servizio del cittadino e non viceversa e che non tutte le leggi verranno votate sulla fiducia. Dobbiamo confidare nel fatto che il guasto alla nostra auto sia effettivamente un guaio da 2000€, e non una sciocchezza da 50 centesimi ingigantita ad arte, e così per tutto quello che concerne la tecnologia e l’elettronica: perché questa meravigliosa evoluzione ci ha resi del tutto inermi riguardo la quasi totalità della nostra esistenza pratica, essendo impossibile, per la difficoltà oggettiva o artificiosa, di padroneggiare millanta materie tecniche, complicate ed in continuo aggiornamento. Noi nati nell’epoca in cui si pulivano carburatore e candele del Ciao dobbiamo ricorrere ad uno specialista anche per cambiare la lampadina dell’automobile, in una spirale di complicazione che ci rende quasi del tutto inermi.

E fiduciosi. Per forza, non per scelta. Perché, quindi, avere tanto astio nei confronti di questa simpatica Face app? Sbaglieremo, ma noi ci fidiamo.

Poco. Ma cosa cambia?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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