Di paura il cor compunto – Francesco Petrarca e la paura di sé

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Oggi continuiamo la riflessione sul tema della paura in poesia attraverso il sonetto O cameretta che già fosti un porto (CCXXXIV) del Canzoniere di Francesco Petrarca (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà, 18/19 luglio 1374). Difatti, come già visto nella scorsa puntata su Emily Dickinson, una paura di cui i poeti parlano spesso è quella della solitudine: anche Petrarca, nel suo sonetto, descrive questo genere di inquietudine, utilizzando talvolta immagini simili a quelle che ritroviamo nel testo della poetessa americana (vedremo fra poco quella del «lettuccio»: se ricordate, Dickinson parlava di «little Bed»).

Petrarca, Il Canzoniere in un’antica copia illustrata

Tuttavia, potrebbe sembrare strano che il poeta che scrisse il celebre componimento Solo et pensoso i più deserti campi possa poi trattare anche della paura di essere solo. In Solo et pensoso, il protagonista ricerca la solitudine, e appare mentre cerca di fuggire qualsiasi luogo «ove vestigio human l’arena stampi», vale a dire, qualsiasi luogo che porti impronte del passaggio umano sul terreno. Qui l’individuo vuole nascondersi e isolarsi dai propri simili, non volendo rivelare loro il proprio tormento interiore, provocato dall’amore per Laura. Rivelare agli altri la propria sofferenza dovuta all’amore gli causerebbe vergogna, così come spiega nel primo sonetto del Canzoniere, Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono: «et del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto». Il poeta fugge gli altri perché ha paura di essere incompreso e deriso.

Cosa succede invece nel sonetto O cameretta che già fosti un porto? Accade un rivolgimento: il poeta cerca il popolo per mescolarsi ad esso e per trovare conforto alle proprie paure. Come è possibile?

O cameretta che già fosti un porto

a le gravi tempeste mie dïurne,

fonte se’ or di lagrime nocturne,

che ‘l dì celate per vergogna porto.

Affresco di Casa Petrarca, raffigurante Laura e il Poeta

La sua piccola stanza («cameretta») è diventata un luogo ostile e fonte di mestizia. Il sostantivo «cameretta», con suffisso diminutivo, evoca in apertura di verso un ambiente tranquillo e rassicurante; appunto «un porto», come lo definisce Petrarca.
Ma il verbo «fosti» parla chiaro: questo ambiente esistette in passato, ora non più. Durante la notte, lascia libere di uscire le lacrime che cela durante il giorno; ciò però non lo rasserena, anzi accresce il suo disagio.

Anche il «lettuccio» non reca più il riposo e il conforto di un tempo; ora gli affanni sopraffanno il protagonista, e l’Amore gli procura dolorose lacrime tramite le crudeli mani di Laura:

O letticciuol che requie eri et conforto

in tanti affanni, di che dogliose urne

ti bagna Amor, con quelle mani eburne,

solo ver’ me crudeli a sì gran torto!

Incoronazione del Poeta

Appare evidente che è un pensiero in particolare che lo ossessiona: l’immagine dell’amata Laura, alla quale, soprattutto quando è solo, non può sfuggire. Petrarca lo afferma esplicitamente: non gli sono improvvisamente venuti a noia la propria riservatezza («secreto») e il suo riposo, ma è la propria mente – dunque se stesso – che lo opprime, la stessa mente che gli permise di raggiungere traguardi tanto elevati:

Né pur il mio secreto e ll mio riposo

fuggo, ma più me stesso e ‘l mio pensero,

che, seguendol, talor levommi a volo;

Restare solo con se stesso diventa dunque la principale paura del poeta: il combattimento con la propria ossessione risulta insostenibile. Svagarsi diventa dunque il suo obiettivo, raggiungibile solo attraverso la compagnia del popolo, definito in maniera sprezzante come «volgo»:

e ll vulgo a me nemico et odïoso

(chi ll pensò mai?) per mio refugio chero:

tal paura ò di ritrovarmi solo.

Chi l’avrebbe mai detto? («chi ‘l pensò mai?»). Il poeta un tempo «solo et pensoso» ora cerca rifugio nell’abbraccio della folla: un abbassamento di livello, rispetto all’elevazione cui può portare la solitudine; ciononostante, un momento di svago necessario. La paura dell’altro diventa bisogno dell’altro per sfuggire a se stesso, alle proprie manie, al dolore interiore. Ed è la paura di sé che spinge il protagonista a mutare atteggiamento: in questo componimento egli esprime lo sforzo di salvarsi da se stesso.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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