Paolo Borsellino e la «terra bellissima e disgraziata» che gli fu tomba

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Chi era Paolo Borsellino? Chi non sa rispondere a questa domanda? Sì, un magistrato, uomo di giustizia, un uomo che affrontò la mafia e la morte a testa alta; ma Paolo Borsellino fu molte cose.

Nato a Palermo il 19 gennaio 1940, dopo un’adolescenza non facile, segnata dalla scomparsa del padre e dalla necessità di mantenere la famiglia, riesce finalmente ad esercitare la professione di magistrato, per la quale aveva studiato. Con l’amico e collega Giovanni Falcone organizzò il Maxiprocesso, un’imponente processo penale nei confronti di 475 imputati per crimini di mafia, il più grande processo penale mai celebrato al mondo.

La sua grandezza però, non sta solo nel suo coraggio ma soprattutto nella sua professionalità. Paolo Borsellino, in fondo era semplicemente un uomo, un uomo come ciascuno di noi, che scelse di affrontare il suo lavoro e il suo ruolo di magistrato con il massimo del rigore e della serietà, come ogni magistrato dovrebbe fare. Sempre e comunque. Il suo lavoro però, inserito in quel particolare momento storico (sul finire degli anni Ottanta) e inserito in quelle particolari coordinate geografiche, la Sicilia, la sua casa che definì «terra bellissima e disgraziata» in quegli anni macchiata da una guerra di mafia senza fine, assunse una connotazione eroica.

Il fatto che la grandezza del suo gesto derivi dalla situazione in cui fu compiuto non sminuisce, ma semmai amplifica la determinazione e il senso di giustizia che Borsellino manifestò. Nella sua collaborazione con Falcone, Borsellino fu in grado di portare alla luce la verità, sfondando il muro dell’omertà e del collaborazionismo mafioso nel poco tempo che gli fu concesso.

Flacone e Borsellino

Fin dal primo momento sapeva che le sue azioni lo avrebbero messo in grave pericolo e che il tempo a sua disposizione sarebbe stato limitato. Il suo lavoro fu quello che un qualsiasi magistrato avrebbe dovuto compiere, ma le circostanze storiche in cui attuò le sue imponenti azioni giudiziarie fecero sì che ogni firma su una sentenza e ogni giudizio pronunciato lo avvicinassero sempre di più alla morte.

E infine la morte arrivò. Dopo aver passato anni ad osservare e a piangere uomini che tentavano di ripristinare la legalità caduti sotto i colpi dei clan mafiosi (Carlo Alberto dalla Chiesa, Boris Giuliano e Piersanti Mattarella, solo per citarne alcuni dei molti), la vile vendetta mafiosa colpì dapprima il suo storico amico e collaboratore Giovanni Falcone nella Strage di Capaci, e infine lui.

Quell’estate del 1992 fu forse la più triste della storia recente italiana, calda come il sangue che scorse. Cosa Nostra scelse di colpire con il massimo della platealità: il 23 maggio Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e la sua scorta vengono fatti saltare in aria sull’autostrada A29, svincolo Capaci. Meno di due mesi dopo, il 19 luglio, fu il turno di Borsellino. Fu, per usare un termine scontato ma quanto mai azzeccato, una cronaca di una morte annunciata. Dopo essersi recato dalla madre per una visita domenicale, in via D’Amelio a Palermo, Borsellino fu ucciso dall’esplosione di una Fiat 126 carica di tritolo; fatta esplodere al passaggio del magistrato e della sua scorta, completando così la vendetta.

Non si può dire che il suo sacrificio non sia stato celebrato e ricordato, ma non bisogna correre il rischio che la sua storia divenga un ricordo sterile, lontano, ormai fossilizzato. Se oggi possiamo dire di vivere in un’Italia più pulita è per merito di Borsellino, Falcone e di tutti i loro collaboratori che non si sono piegati alla paura. «Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola» disse una volta Borsellino. Lui non ebbe paura, morì una volta sola e le sue idee camminano ora sulle gambe di migliaia di uomini impegnati nella lotta alla mafia. La mafia può essere sconfitta, Falcone e Borsellino ci credevano, ora è il momento che ognuno di noi ci creda.

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

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