John Singer Sargent: il pittore che osserva la realtà viaggiando, come in un Grand Tour

0 373
John Singer Sargent, "Garofano, giglio, giglio, rosa", 1885-86
John Singer Sargent, “Garofano, giglio, giglio, rosa”, 1885-86

Si autodefiniva così John Singer Sargent: «un americano nato in Italia, istruito in Francia, che guarda come un tedesco, parla come un inglese e dipinge come uno spagnolo». Ma non solo, in quanto a partire dalla formazione eterogenea presso città fulcro dello sviluppo artistico e culturale del XIX secolo, con viaggi a Roma, Venezia dove scoprì Tintoretto, Firenze col suo splendore di ricordo mediceo, si recò poi in Francia, Spagna e di seguito Marocco, Inghilterra e America, per poi accomiatarsi dal mondo stroncato da un infarto in un letto di Londra. Fin da piccolo, i genitori riconobbero in lui un artista, e bando alle ristrettezze economiche fecero il possibile per permettergli di viaggiare e osservare il mondo il più possibile, fermamente convinti che questo fosse il miglior studio veritiero della realtà.

Singer Sargent, “Le figlie di Edward Darley Boit (dettaglio), 1882

Con il loro sostegno agli albori e autonomamente dopo, Sargent scrutò l’Arte che nel mondo si celava, e da quest’osservazione riprodusse una visione peculiarmente sua, colorata e sfumata, espressiva della vitalità delle luci evocanti epifanie future d’arditi progetti o silenti ricordi fanciulleschi d’insonori pensieri. Tra paesaggi (ispirato dal Tintoretto) e successive ritrattistiche (avviate soprattutto a Parigi dopo il contatto con Manet, Whistler, Degas e le sottigliezza vitalistica di Berthe Morisot, una delle poche donne dell’Impressionismo oggi in mostra al Musée d’Orsay), Sargent impresse un suo stile, peculiarmente unico. L’inerzia è dunque la peggior condanna per un artista, il quale per meglio scandagliare l’animo umano, con le sue ombre e sofisticatezze, dovrebbe condurre una vita in perpetuo spostamento, scongiurando l’asetticità di luoghi sicuri.

Solo con i propri occhi, secondo la medesima logica dei Grand Tour seicenteschi duranti la quale l’aristocrazia avviava i giovani a scoprire le antiche conoscenze del mondo, con pellegrinaggi specialmente in Italia e Francia, si può osservare la realtà conferendole una visione personale ancor più vera, profonda, saggia. Occorre cioè essere continui turisti (termine che deriva appunto da “Grand Tour”), acuti scandagliatori delle trasognanti istantanee quotidiane che ogni giorno si disvelano dinanzi a noi con qualche sottigliezza di diversità. 

Sargent, “La camera d’albergo”, 1904-1906

Un esempio è La camera d’albergo (1904-1906), in cui i raggi primordiali del sole si fanno avanti, come ogni giorno, trapassando le sottili griglie delle persiane verdi, invadento la stanza bianca di riflessi smeraldini e tinte giallognole. É giorno ormai, il sole splende alto e qualcuno è appena passato- o magari vi dimora ancora, non visibile in un altro punto della stanza- lasciando delle tracce riscontrabili nella valigia aperta sul pavimento e nelle cianfrusaglie in disordine sopra al tavolino. Napoli e soprattutto l’isola di Capri, col suo mare suggestivo e le promesse di riglogliosi progetti, furono l’anticamera per una soddisfazione personale che culminò nel viaggio in America nel 18887-1888. La mostra di Sargent venne recensita da Henry James, mentre l’artista proseguì il suo viaggio tra le montagne Rocciose e i segreti delle albe americane. Sargent è la dimostrazione di quanto, coerentemente con le possibilità, sia auspicabile osservare il mondo e comprenderlo con un’infinità di differenti punti di vista, che solo il viaggio con i suoi spostamenti e la garanzia di provare emozioni o sensazioni del tutto nuove e inimmaginabili rimanendo fermi, può consentire.

 

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.