I grandi classici – Sostiene Pereira, la forza della letteratura e della malinconia contro ogni fascismo

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Sostiene Pereira che Sostiene Pereira sia una storia che parla di pentimento e resurrezione della carne, di censura, di omelette alle erbe aromatiche, di limonate prima con molto zucchero e poi del tutto senza, di letteratura, di coccodrilli, di solitudine, di grasso, di io egemone  e di solitudine.  E di Pereira, naturalmente. Almeno, così sostiene Antonio Tabucchi, che ha scritto Sostiene Pereira nel 1994, vincendo il premio Campiello, peraltro. E così sostiene anche Roberto Faenza, che l’anno dopo vi trasse e diresse un film, con uno straordinario Marcello Mastroianni nella parte di Pereira (e segnaliamo anche una stupefacente versione a fumetto del romanzo).

Così, solo Pereira. Antitesi del vezzo brasiliano di chiamare tutti col solo nome, per manifestare un’artificiosa familiarità: solo Pereira, che in portoghese significa “albero del pero”, ed è un nome che denota origine ebraica, ma non per questo, solo perché tutti lo conoscevano così, perché così firmava i suoi articoli di cronaca nera per tanti anni. Prima di passare al Lisboa, un piccolo, nuovo quotidiano del pomeriggio di cui cura la pagina culturale, che è un modo gentile per dire che se la compone tutta da solo, una volta alla settimana.

È così, con una scrittura che si fonda su lunghi periodi basati sull’asindeto e l’abbondanza di virgole, con una scrittura lenta quanto può esserlo un quasi anziano giornalista corpulento, malato di cuore e vedovo, che si dipana la storia di Sostiene Pereira: in cui abbonda il titolo usato come intercalare, quasi ad imitare la scrittura di un verbale di polizia. Ma anche come un occhio narrante esterno, onnisciente ed inquietante come un Grande Fratello orwelliano: perché Sostiene Pereira è ambientato nella Lisbona del 1938, quindi all’inizio della dittatura di Salazar che resse il Portogallo fino al 1974, e nel 1938 c’è la Polizia Politica, la censura, gli informatori, si appoggia Franco in Spagna e non è visto di buon occhio nemmeno il pubblicare racconti di autori francesi, sostiene Pereira.

«Nessuno, perché il paese taceva, non poteva fare altro che tacere, e intanto la gente moriva e la polizia la faceva da padrone. Pereira cominciò a sudare, perché pensò di nuovo alla morte. E pensò: questa città puzza di morte, tutta l’Europa puzza di morte».

Sostiene Pereira che tutto quello che gli interessa nella vita è la letteratura: è un uomo solo, che parla col ritratto della moglie morta di tisi dopo una vita di malattia, mangia e beve quasi sempre le stesse cose, è inorridito dalla realtà che lo circonda ed ha perso quasi ogni interesse nella vita: «e gli venne la bizzarra idea che lui, forse, non viveva, ma era come fosse già morto. La sua era solo una sopravvivenza, una finzione di vita». In questa finzione, però, fa irruzione il giovane Monteiro Rossi e la di questi fidanzata Marta, che vivono pericolosamente mettendo in atto una qualche forma di resistenza all’oppressione del governo. Sostiene Pereira quindi è anche la storia della duplice crisi di un uomo in crisi: una volta conosciuto Monteiro Rossi, Pereira lo assume per scrivere “coccodrilli” (anche se non ne è in grado, e comunque produce dei lavori impubblicabili per il loro contenuto sovversivo, sostiene Pereira), cioè i necrologi anticipati che quasi ogni giornale tiene pronti per l’eventuale e prevedibile dipartita di personaggi famosi. Subito dopo, entra in scena il dottor Cardoso, che darà un tono pirandelliano/sveviano al racconto, portandovi l’analisi psicologica e svelando a Pereira il suo “io egemone” nuovo di zecca.

Antonio Tabucchi

Così, tra un paio di disastri storici incombenti (portoghese e mondiale) ed una crisi esistenziale profondissima, Pereira vive la sua nostalgia del pentimento. Ma di cosa deve pentirsi, Pereira? Di non aver avuto figli? Di cosa ci dovremmo pentire, tutti noi? Pentirsi di essere vivi o di non aver vissuto? O soltanto del tardare nel riscatto umano e politico, del temporeggiare una scelta di campo che non è più dilazionabile?

Antonio Tabucchi afferma di essere stato “visitato” da Pereira. In effetti, il personaggio è quanto mai vivo, indimenticabile nella sua malinconia (chi, se non Marcello Mastroianni, avrebbe potuto incarnarlo?), con la sua storia che si dipana tra pubblico e privato, un privato che viene custodito gelosamente, perché di certi sentimenti Pereira non vuole parlare, perché non hanno a che vedere con la narrazione di Monteiro Rossi, Marta e la gioventù salazarista, sostiene Pereira. Nondimeno, Sostiene Pereira è anche un romanzo di formazione, ché ci si può formare da adolescenti nello spazio di una notte come già da sconfitti nell’arco di alcuni mesi e ancorché già piegati dall’esistenza. La sconfitta, però, è parte essenziale del messaggio etico della storia: senza di essa, non sarebbero possibili gli stupefacenti dialoghi filosofici tra Pereira stesso ed il dottor Cardoso, né tantomeno il gesto finale di Pereira.

E a quel punto a Pereira venne in mente una frase che gli diceva sempre suo zio, che era un letterato fallito, e la pronunciò. Disse: la filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità.

Ad ogni buon conto, un regime totalitaristico tende a proibire entrambe, sostiene Pereira. E noi con lui.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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