#EtinArcadiaEgo – Il Quattrocento ha un nome e cognome: Angelo Poliziano

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#EtinArcadiaEgo – Il Quattrocento ha un nome e cognome: Angelo Poliziano

Lorenzo de’ Medici

«Secolo senza poesia»: è con queste parole che Benedetto Croce, superbo critico letterario e filosofo di inizio secolo arrivò a chiamare il periodo intercorso fra il 1375 (morte di Giovanni Boccaccio) e il 1475, ovvero uno dei periodi più fulgidi della cultura e delle arti in Italia. Eppure, nonostante questo fervente clima culturale, la poesia, come osserva Croce, quasi sparì, passando tristemente in secondo piano. Ma cosa accade in questo 1475? Semplicemente entrò in gioco un certo Angelo Ambrogini da Montepulciano, che pubblicò in quell’anno un poemetto incompiuto, le Stanze per la giostra del Magnifico Giuliano (non terminato per la morte dello stesso Giuliano soli tre anni dopo) e nello stesso periodo compose alcune delle più belle liriche in volgare fiorentino della letteratura italiana, fra cui la meravigliosa Ben venga maggio. La storia però ha trasmesso l’opera di questo personaggio con un altro nome, un nome letterario che lui stesso si è scelto: Poliziano, Angelo Poliziano, dal nome latino della sua terra d’origine, Mons Politianus.

Angelo Poliziano (Montepulciano, 14 luglio 1454– Firenze, 29 settembre 1494) fin da giovanissimo manifesta un talento letterario e filologico fuori dal comune: a solo sedici anni inizia (senza però terminarla) una traduzione dell’Iliade in esametri latini, secondo il gusto classicista del tempo. Iniziò la sua carriera in ambiente umanistico, e dovette distinguersi parecchio nell’ambiente, se Lorenzo il Magnifico decise di affidargli l’educazione del figlio Piero a soli ventuno anni.

L’amicizia con il signore di Firenze, fervido appassionato della letteratura e delle arti lo introdusse negli alti ambienti cortesi, e Lorenzo sfruttò le sue eccezionali doti per redigere la cosiddetta Raccolta aragonese, una sorta di antologia della poesia in volgare fiorentino donata al Re aragonese di Napoli, con l’intento di dimostrare l’esclusiva superiorità di Firenze a livello socio-culturale.

La sua enorme fama letteraria, aumentata in quegli anni dalle ballate e poesie che componeva, non si incrinò nemmeno con l’addio alla corte medicea, a causa di una lite con la moglie di Lorenzo, Clarice Orsini. Poliziano infatti si accasò alla corte di Mantova, dove i signori Gonzaga furono felici di ospitarlo per giovare del lustro che un tale personaggio avrebbe dato alla città. Poliziano compose e dedicò loro la Favola di Orfeo, il primo magnifico esempio di dramma profano in volgare, un’autentica rivoluzione per un mondo impregnato di lingua latina come il ‘400. La sua fama portò i Medici a perdonarlo e richiamarlo in Firenze dove morì, appena quarantenne, nel 1494.

Orfeo ed Euridice

Angelo Poliziano è stato per il Rinascimento italiano quello che Gianni Brera è stato per lo sport italiano e i Rolling Stones per l’Era del Rock ‘n Roll: lo spirito padre che ha saputo riassumere in se stesso tutto il sentimento comune di un periodo. Tutto, ma proprio tutto in Angelo Poliziano rappresenta a pieno il modo di vivere e di pensare del Rinascimento Italiano: egli fu capace di coniugare il sentimento classico a una nuova letteratura volgare, che guardava meno al medioevo e più all’antica Grecia. Non dimentichiamo che Poliziano fu uno straordinario conoscitore della lingua greca, e seppe cavalcare l’onda del tempo, dato che proprio in quegli anni arrivarono in Italia gli uomini di cultura di Bisanzio, ormai caduta sotto il dominio Turco. La cultura greca, scomparsa o quasi da secoli in Occidente, rientrò prepotentemente in gioco, e Poliziano fu uno dei simboli di questa nuova fase dell’Umanesimo.

Il suo gusto letterario rientra perfettamente nell’ambiente fiorentino del ‘400: poesie e ballate gioiose, che inneggiano al vivere felice. Si potrebbe quasi dire che le sue composizioni riprendono lo spirito dei Canti carnascialeschi di Lorenzo e lo portano a un più alto livello, inserendo la poesia fra il gusto del bello e l’amore per il vino e le dolci fanciulle.

Se non fosse morto a soli quarant’anni, probabilmente avrebbe raggiunto una fama che avrebbe scardinato i confini dei manuali scolastici in cui ora è angustamente relegata. È tuttavia impossibile non essere colpiti dalla bellezza delle sue parole, dal ritmo suadente delle canzoni che compose, così com’è impossibile non rimanere folgorati dal clima del Quattrocento italiano. E Angelo Ambrogini, detto Poliziano, è, probabilmente come pochissimi altri, la forma umana del Quattrocento italiano.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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