Questa sera al LET’S di Milano: Modigliani e la sua Jeanne tra arte, amore, passione oltre il tempo

"Il futuro dell'arte si trova nel viso di una donna... Picasso, come si fa l'amore con un cubo?" (Amedeo Modigliani)

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Amedeo Modigliani è un altro di quegli artisti prodigio che, nonostante l’enorme potenziale di sensibilità, ha lasciato le sue opere troppo presto. Aveva solo trentacinque anni Modì, e il mese di gennaio del 1920 non era ancora giunto al termine quando, insieme alle sue ammiccanti sibilline figure di donna, salutò questo mondo per sempre.

Il futuro dell’arte si trova nel viso di una donna… Picasso, come si fa l’amore con un cubo? (Amedeo Modigliani)

A Palazzo Bonocore presso Palermo, una mostra fino al 31 marzo permette di fare la conoscenza di quelle Femmes schive e ben celate entro sguardi misteriosi, con i loro occhi a mandorla vitrei o di un celeste di famma e cangiante, di una purezza ineluttabile ben censurati entro il contorno delle frangette corvine. Per chi si trovasse a Milano, invece, stasera alle ore 20:00, presso il LET’S di Milano (Viale Bezzi 73) si terrà una conferenza d’arte (accompagnata da vino biologico e birre aritgianali) volta a indagare i retroscena dell’esistenza tormentata di Modì e delle figure femminili che, oltre a essere il soggetto prediletto dal pittore livornese, furono parte integrante della vita dello stesso. Prima tra tutte, Jeanne.

È doveroso presentare però anche un’altra donna che tinteggiò copiosamente l’animo di Modigliani: Elvira. Nei primi di vita, egli fu colpito da febbre tifoidea e poco dopo dalla tubercolosi, il tutto sullo sfondo non troppo sfumato di una depressione famigliare. Con un incipit del genere, analogamente a quanto si può pensare sia accaduto ad artisti quali Toulouse-Lautrec o Frida Kahlo, i tormenti psicosomatici sono diventati talmente forti da consolidarsi in seguito come epicentro del lavoro artistico e punto nevralgico attorno al quale costruire relazioni significative. Le opere non sono quindi unicamente espressione di un bello simmetrico o linearmente “adatto” ma si fanno rivelatrici di quell’energia tormentata che solo un’anima e un corpo che hanno sofferto intensamente in età prematura possono comunicare.

Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi (Amedeo Modigliani)

Amedeo Modigliani, “Elvira con colletto bianco”, 1918

Contrariamente a Picasso o al movimento dei Fauves, nonchè ai surrealisti con le loro invenzioni simil-astratte, Modì non si conformò mai a un movimento unico bensì andò oltre: nel frastuono cangiantemente eccessivo delle urla di Montparnasse e Montmartre, diede vita a uno stile innovativo, tipicamente e irresistibilmente suo. Elvira, nella sua sregolatezza di vita incarnata in una fisicità viva, lei totalmente avulsa dai vincoli morali della società buonista, scardinò nel pittore un istinto di meraviglia inconsueta, anelante una pulsione di sfidante ambiguità. Chi più di una cortigiana poteva sfiorare e far sua quella commistione di psicosomatica sofferenza, da sempre penetrata senza permesso nel proprio corpo con intensità eccessive, come lo schiocco di una matita che trapassa di scatto un esile foglio vergine?

Jeanne Hébuterne.

In Elvira con colletto bianco (1918), le finte regolarità armoniose falsate dal collo eccessivamente lungo esplodono in una carnosità visiva che ha il suo apice negli occhi, due finti ovali privi di pupilla ma altresì egualmente rivelatori di gagliarde vivacità nelle sinuosità malcesini. L’impatto è incisivo ed è il riassunto di un imbellettamento virile, in cui due triangoli delicati attorno al collo contornano un’anima che di aspetto è fintamente ordinaria ma l’incarnato florido e l’aguzzità pericolosa degli occhi celesti rivelano essere più che presente. Dietro, lo scontro delle gradazioni di grigi rimane la costante dei tratti non sereni dell’artista, che, ricordando Egon Schiele, nel cercare di captare il ritratto fiducioso del corpo altrui non smette mai di scordare il proprio. L’angoscia del passato sarà un tormento a cui, dal 1917, una seconda protagonista fin troppo fedele presterà attenzione: Jeanne Hébuterne.

Amedeo Modigliani, “Jeanne Hébuterne con cappello”, 1918

Noix de coco era il suo epiteto, per via dei lunghi capelli tra il castano e il bruno: aveva appena 19 anni quando, su suggerimento del fratello, si iscrisse all’École Nationale des Arts décoratifs all’Académie Colarossi, dove incontrò Modigliani. Con più di vent’anni di differenza, i due avevano apparentemente e per chi li descrisse tratteggiandone i temperamenti, due animosità completamente diverse: da un lato, una giovane timida e agli albori di un processo artistico e della sperimentazione di sè, sul fronte opposto Modì ritratto del maudit, in preda alla passione dello scoprimento massimo di qualunque dettaglio esistenziale, tra alcool, droghe e visioni istantanee.

Quello che condivisero fu, probabilmente, l’accettazione e la convivenza con un realismo non magico, dovuto a quel dolore esistenziale che li accomunava e che ormai si era insinuato avidamente entro ogni pensiero logico, avvinghiandosi alle radici della personalità e delle conseguenti decisioni.

Due macchiette nere che vagavano nel fragore più che esagerato di inizio ‘900 a Montparnasse, con le loro solitudini incompatibili con la serenità mediocre. Estremamente plasmata dagli insegnamenti rigidi della famiglia, che peraltro mai approvò l’unione con l’artista risaputamente alcolizzato e squattrinato in balìa delle sue idee estremamente anticonformiste (in quegli anni una sua mostra venne chiusa il pomeriggio stesso dell’apertura da un critico che giudicò il prodotto artistico inaccettabile e fuori luogo), Jeanne compì probabilmente lo stesso meccanismo che il giovane Modì aveva attivato con Elvira: gli si affidò completamente, senza riserve. Nei ritratti, Modigliani pennella la sua compagna astraendola dalla banalità, conferendole un’aura pensatrice dietro una figura angelica con gli occhi aguzzi. Gli osservatori di oggi possono azzardare cosa stesse pensando, mentre quelli dell’epoca ritraggono un quadro che pare uno scatto di Brassai. Lèon Indenbaum, un amico scultore racconta che «A tarda notte lo si poteva sorprendere, sulla panchina di fronte alla Rotonde, a fianco di Jeanne Hébuterne silenziosa, emaciata, esile, le lunghe trecce sulle spalle, pura, amorevole, vera madonna accanto al suo dio…».

Modigliani e Jeanne

Appare quasi paradossale la frase di Modigliani «Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni», in quanto la caducità del periodo finale della vita del pittore non fu orientato prioritariamente alla salvaguardia della propria anima, che andava disvelandosi entro un caos mentale, causato dall’abuso di alcool e droghe, oltre che fisico. Jeanne divenne la copia empatica della macchia nera sempre più ubriaca ed ebbra di confusione che era il suo compagno, tanto da non riuscire dapprima a fronteggiarne l’ego e in seguito a superarne la scomparsa. Di colpo, infatti, nel 1920 Modigliani fu colpito da una violenta meningite tubercolare che in poche ore, probabimente in preda a una folle visione egizia voluttuosa e incantatrice, l’allontanò per sempre da questa realtà.

Per Jeanne fu troppo: a soli 22 anni e incinta di nove mesi, la notte della morte di Modigliani disseminò la stanza di disegni schizzati di coltelli violenti scagliati contro figure di donne e la mattina dopo, quando ancora non era mattina, si gettò dal quinto piano. Oggi, finalmente i due riposano insieme, presso il cimitero del Père-Lachaise, ed è così malinconicamente assurdo pensare che un legame consumatosi tanto rapidamente abbia lasciato un disegno per sempre, una tela fragile e scaltra come il volto di una donna tratteggiato di lontano, partendo dagli occhi.

Stasera a partire dalle 20 un racconto speciale tra arte, passione e amore, oltre ogni limite.

info: www.letsfeelgood.it 

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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