#1B1W – “Ardiente paciencia”: l’apoteosi poetica di Skármeta “Il postino di Neruda”

Antonio Skármetà Il postino di Neruda 

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E’ difficile leggere il romanzo di Antonio Skármetà Il postino di Neruda – titolo originale Ardiente Paciencia – senza ripensare alla meravigliosa interpretazione di Massimo Troisi nel film Il postino. Così Mario Jimenez, mentre strappa brevi ma intense conversazioni al poeta cileno Pablo Neruda consegnandogli la posta sull’Isla Negra, pagina dopo pagina sembra avere esattamente i lineamenti del celebre attore napoletano: sembra di rivedere la sua incertezza verbale, i suo capelli corvini, il suo sguardo smarrito davanti alla vastità del mare poetico delle “metafore”.

In un brevissimo spazio di parole ci si rende presto conto che la storia non è la semplice narrazione di un’amicizia speciale tra Mario e Neruda, di un amore dirompente tra Mario e Beatriz González, o di una stagione politica quella di Allende alla presidenza del Cile, essa è ancora di più. E’ una storia dedicata alla “poesia” alla sua forza lenta, ma incontenibile ed inarrestabile che consente il divenire di tutte le altre storie; a quella “ardiente paciencia” che consente di dire:

Ma ho sempre avuto fede nell’uomo. Non ho mai perso la speranza. Perciò sono arrivato fin qui, con la mia poesia e la mia bandiera.

Pablo Neruda

La poesia diventa, nonostante la difficoltà di immaginarlo, protagonista di un romanzo: dal suo scorrere nella corrispondenza destinata a Neruda, premio Nobel per la Letteratura nel 1971, al suo divenire nell’animo di Mario fonte di ispirazione per leggere e raccontare la realtà, la vita ed il suo divenire. E’ una poesia in acciaio che ingentilisce, costruisce e tempra l’animo di un uomo. L’animo di un popolo. E’ la poesia che consente di mettere sullo stesso piano, quello di un tavolo dell’osteria dell’isola nella latitudine di un bicchiere di vino rosso, l’importanza di sposare un Paese e una Donna.

«Dopo che avremo bevuto il vino dell’osteria decideremo in merito alle due questioni»

«Quali due?»

«La Presidenza della Repubblica e Beatriz González»

Così Neruda e Mario, in questo romanzo forte e deciso, arrivano entrambi lontano, perchè non si può non essere d’accordo col presupposto:

Tutti gli uomini che cominciano toccando con le parole, poi arrivano più lontano con le mani.

Antonia De Francesco con “Il postino di Neruda”

Quali parole? Non chiacchierate vane, frasi sparse, fiato sprecato, ma quelle “laceranti come un imene”, che si rompono ed infrangono in un atto d’amore come la sublimazione sessuale. Non a caso, è proprio l’eros l’altra componente fondamentale de Il postino di Neruda: descritto carnalmente, per com’è, trasmettendo una passione quasi palpabile. Nell’elogio dell’apoteosi poetica di questo romanzo, nella lungimiranza dei poeti di cambiare il mondo o anche, ancora prima, il loro destino, tutte le parole tornano al loro posto e al loro reale valore, che siano “metafore” o i “proverbi” della vedova González.

Ma lei non legge le parole, se le inghiotte, signora mia. Le parole bisogna assaporarle. Bisogna lasciare che si sciolgano in bocca.

Una volta in bocca le parole, già pensate e sentite, diventano armi preziose di conoscenza e consapevolezza acquisita e diffusa. Come la conoscenza infantile che passa dalla bocca. Una simbiosi di produzione culturale e, dunque, politica, che potrebbe spingere la mente a partorire un un mondo di poesia, dai lineamenti più aggraziati e arrotondati, bambineschi, ma più vero e pieno di speranze e aspettative.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura

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