“Proust contro Cocteau”: storia di un’amicizia difficile

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Proust contro Cocteau: storia di un’amicizia difficile

Proust contro Cocteau

Il saggista e critico francese Claude Arnaud ha recentemente pubblicato il saggio Proust contro Cocteau (Archinto, 2017) incentrato sul rapporto tra i due grandi intellettuali Marcel Proust e Jean Cocteau, rapporto di amore e odio, in bilico tra letteratura, poesia e arte, e frivolezza, diffidenza ed anche amicizia. Nel suo libro, Arnaud mette a confronto i due autori analizzando la loro relazione particolare.

Per esempio, il 23 novembre 1913 Du côté de chez Swann (Dalla parte di Swann) è in libreria da nove giorni. Il quotidiano illustrato Excelsior gli dedica questa recensione nella sua Galleria di busti, che prevede brevi trafiletti di attualità culturale:

Tutti sanno che il libro, il primo libro del Ciclo Marcel Proust, è appena uscito. Marcel Proust è rispettato, ascoltato, amato. Vi  importerà poco, credo, di sapere che portava la barba e ora non la porta più. È un raro onore far parte di coloro che ha il dono di abbagliare, tra le quattro mura rivestite di sughero della sua camera di malato. Quel che ha dipinto, è una miniatura gigante, colma di miraggi, di figure, di giardini sovrapposti, di giochi tra lo spazio e il tempo, di larghe pennellate fresche alla Manet […] Dalla parte di Swann non somiglia a nulla che io conosca e mi ricorda tutto quello che ammiro. I capolavori sono cugini fra loro. Con un solido filo tra le dita, passeggiamo tra i molteplici specchi di questo labirinto a cielo aperto. Affascinati, esaltati, procediamo prima in un senso, poi in un altro, non vorremmo più uscire. Excelsior mi ha chiesto un busto: il carattere frammentario di questa effigie giustificherà la mia insufficienza.

Marcel Proust

La firma è quella di Jean Cocteau, ventiquattrenne protagonista della mondanità parigina. Ha pubblicato due raccolte di versi e ha scritto, insieme a Federico de Madrazo, un libro sui Balletti russi di Djagilev. Il titolo della seconda opera, Il Principe frivolo, sembra definirlo alla perfezione: disegna, danza, suona il piano con straordinaria grazia ed impareggiabile leggerezza. È molto legato al pittore Lucien Daudet, secondogenito dell’autore di Tartarin, talentuoso e brillante quanto lui ma, soprattutto, intimo amico di Marcel Proust. In poche righe, Cocteau riesce a racchiudere il fascino del romanzo di Proust e l’atmosfera ovattata della sua camera di malato in cui essere ammessi è un raro privilegio ed una grande emozione. Per tutta la vita evocherà, tra i ricordi più vivi della sua giovinezza, la voce dell’amico che legge frammenti dell’ancora inedito Alla ricerca del tempo perduto. Dotato di straordinaria abilità mimetica, saprà perfino riprodurre quella voce. Claude Arnaud racconta:

Per un quarto di secolo, Cocteau perfezionerà il suo “Proust” di fronte al pubblico più vario. Ancora nel 1961, lo resuscita così bene, nel corso di una serata in onore della nipote di Proust, che ciascuno degli invitati, Céleste [la governante dello scrittore] per prima, ha la sorprendente sensazione di rivedere  il “piccolo Marcel” che si spolmona nella sua camera di sughero: Cocteau era il tempo ritrovato, fisicamente parlando. E, in effetti, “mimetismo” è la parola chiave per comprendere  le affinità che legano Jean e  Marcel.  Entrambi  sono prodigiosi imitatori, dall’orecchio finissimo.

Marcel diverte gli amici riproducendo il falsetto isterico del poeta dandy Robert de Montesquiou, maestro di eleganza parigina negli anni della sua prima giovinezza. Jean, a sua volta, sa ricreare non solo la voce di Marcel ma anche lo stile di Matisse e le movenze di Nijinski. Il rischio più grande del suo talento è quello di smarrire la propria singolarità facendosi eco del genio altrui. È il primo, non l’unico, tratto che li accomuna. Nel mimetismo, di sicuro, si nasconde la segreta ambivalenza destinata a trasformare l’amicizia giovanile in un odio-amore che Cocteau si porterà dietro per decenni, soprattutto dopo la morte di Proust.

Jean Cocteau

Il desiderio mimetico è quello che lega l’individuo moderno ad un modello venerato ed esecrato al tempo stesso. Questo modello sembra detenere le chiavi di un mondo privilegiato dal quale la vittima del desiderio mimetico è ingiustamente escluso. È il mediatore che si frappone tra lui e tutti i suoi sogni più cari. Quando il ventenne Cocteau viene presentato al quarantenne Proust, questi non può che far divampare il desiderio mimetico del giovane poeta: un rabbioso bisogno di sostituirsi a lui, di rubargli il segreto della sua innegabile superiorità, di  vincere la sfida dolorosa di una rivalità mortale.

Dopo qualche tempo, però, i successi di Cocteau portano ad un rovesciamento dei ruoli. Jean brucia le tappe della celebrità mentre Marcel, chiuso tra i mobili polverosi dei genitori ed immerso nel suo immenso romanzo retrospettivo, sembra prigioniero di un passato che lo assorbe completamente. Tuttavia il premio Goncourt, attribuito nel 1919 a All’ombra delle fanciulle in fiore, cambia tutto: il piccolo Marcel, che vive sepolto tra i ricordi di un’età favolosa ormai scomparsa, viene riconosciuto come uno dei massimi romanzieri del Novecento.

Gli ultimi anni della vita di Jean sono invece profondamente amareggiati dalla sproporzione tra l’interesse crescente che suscita l’opera di Proust e la scarsa attenzione dedicata alla sua. Tra le pagine segrete dei suoi diari dà libero corso al risentimento: nulla gli pare più abusivo dell’ammirazione quasi sacrale con cui i critici si accostano alla Ricerca. L’opera di Proust, ai suoi occhi, è un’informe marmellata e i suoi personaggi, fantocci a due dimensioni.

Proust era AL SERVIZIO. Al servizio del suo alveare. Obbediva a leggi di notte e di miele.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

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