Giorgio de Chirico e il debito alla filosofia nietzschena

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Giorgio de Chirico (Volos, 10 luglio 1888 – Roma, 20 novembre 1978) è stato uno dei maggiori pittori italiani del Novecento, capostipite della corrente da lui stesso chiamata Metafisica.

Et quid amabo nisi quod aenigma est?

de Chirico

«Che cosa dovrei amare, se non l’enigma delle cose?», così scriveva l’artista sotto il suo primo autoritratto del 1911, la cui analisi dischiude la possibilità di entrare nell’universo contorto di de Chirico. L’enigma: questo è il vero punto di interesse della sua speculazione. La realtà, infatti, si presenta come un nodo da sciogliere. Non si tratta però di dover trovare un senso ultimo e stabilito a priori ad una realtà che di senso non ne ha. De Chirico fa proprio il rifiuto nietzscheano della Metafisica nella sua accezione tradizionale, ovvero come ricerca di ciò che sta “al di là di questo mondo”. L’unica Metafisica contemplabile è quella che si occupa di questa realtà, che va a cercare il senso immanente ed imminente delle cose, nelle cose stesse. Ecco perché protagonisti indiscussi dei dipinti di de Chirico sono oggetti quotidiani.

Tornando all’autoritratto sopracitato, il pittore si è rappresentato nel vano di una finestra, con lo sguardo perso in un cielo color verde spento, senza nuvole e senza vita. Gli occhi sono privi di pupille: essi rimandano ad una condizione di cecità esteriore e al contempo alla veggenza, tema con radici che affondano nella cultura classica e fil rouge della produzione di de Chirico. Seppur cieco di fronte all’apparenza materiale del presente, l’occhio – metafisico – deve essere capace di cogliere l’intima essenza delle cose. Questo è il vero contenuto della pittura metafisica, della quale questo ritratto si può infatti considerare come una sorta di manifesto. La posa scelta dal pittore è quella del malinconico e allo stesso tempo allude a quella con cui Friedrich Nietzsche si faceva abitualmente fotografare.

De Chirico, infatti,  dichiara apertamente il debito nei confronti di quest’ultimo:

Schopenhauer e Nietzsche per primi mi insegnarono il non senso della vita e come tale non senso potesse venir rappresentato.

Melanconia

Il Pictor Optimus non esita ad affermare di essere l’unico uomo ad aver compreso la filosofia nietzschena e si sente legato al filosofo da un’affinità fatale.

Il primo elemento di vicinanza è l’amore per la civiltà classica, dalla quale entrambi colgono motivi e figure. Tra queste, nella produzione di de Chirico, spicca quella di AriannaNella simbologia dechirichiana la giovane è concretizzazione della malinconia, intesa in senso nietzscheano, ovvero come via d’accesso privilegiata ad uno stato emotivo sotterraneo, di estatica contemplazione del proprio Io.

Inoltre, come ha sottolineato  Jole de Sanna, Arianna è una figura di “confine”, sopratutto in virtù del legame con il dio Dioniso, forse il più controverso nel Pantheon greco. Egli porta in sé eros e thanatos, è principio di vita e allo stesso tempo di morte. Nel mito, Arianna si unisce a lui sessualmente: così avviene la fusione tra due mondi, quello umano e quello divino, e attraverso essa troviamo unite nella figura della giovane anche la dimensione generativa e quella distruttiva, appartenenti Dioniso. Nella mitologia classica, il simbolo dell’incessante susseguirsi di queste due dimensioni è il labirinto, esso sta ad indicare qualcosa di mortale in grado di dialogare con la vita stessa. Se il labirinto è la rappresentazione della dialettica tra vita e morte, allora è emblematico il rapporto che si crea tra esso e Arianna: la giovane, unendo in sé i due stati, riesce a districarvisi perfettamente, conducendo in salvo Teseo.

De Chirico conosce perfettamente questi “retroscena” culturali, che fa propri e utilizza nell’architettura della sua teoria pittorica. Il passaggio tra vita e morte prende qui le sembianze del confine tra conscio e inconscio, spazi psichici che nell’arte del Pictor Optimus appaiono come un unicum. L’arte metafisica fa venir meno le distanze tra individuo, mondo e psiche. Il mezzo concreto per rappresentare questa dimensione unitaria è per de Chirico lo spazio. L’immaginario spaziale di de Chirico è fondamentale, e forse è il vero cardine intorno al quale ruota la sua poetica. L’artista ci propone quasi sempre spazi ampi nei quali spicca la presenza di arcate e porticati, che rappresentano il passaggio sempre aperto tra interno e esterno, tra conscio e inconscio.

Nietzsche

In questo dialogo tra dimensioni troviamo esplicitata la fusione tra i principi nietzscheani apollineo e dionisiaco: il primo razionale e ordinatore, il secondo di vitalità caotica e irrazionale. Nietzsche pone tali principi all’origine e nel cuore della realtà, che può nascere soltanto attraverso al comunione tra questi due aspetti antitetici e al contempo inscindibili. La via d’accesso per poterli comprendere è la soggettività: è soltanto attraverso essa che l’individuo si rapporta con il mondo esterno. In accordo con Nietzsche, de Chirico nega la possibilità di trovare un senso ultimo ed universale. Ecco che l’unica strada possibile è allora quella di una Metafisica immanente, che indaghi lo spazio psichico del soggetto, che nei quadri del Pictor Optimus ingloba il paesaggio esterno e diventa l’unico soggetto possibile.

Francesca De Fanis per MIfacciodiCultura

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