“Dolcissime”, al Festival Giffoni un film contro il body shaming

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« Balena», «Ma la dieta proprio no eh?». Sono parole, epiteti, identità che si concretizzano contemporaneamente nella mente di chi emette una sentenza e in chi la riceve. Si può rispondere insultando, oppure fingere di non aver sentito, è la storia più antica del mondo: dinanzi a uno stimolo avvertito come potenzialmente pericoloso, si attacca, si fugge o si rimane paralizzati. Così è per gli animali e lo stesso vale per l’uomo. Il bullismo si manifesta in un’eterogeneità di comportamenti, frasi, silenti occhiate di disprezzo che valgono più di mille commenti eloquenti.

Dolcissime, il film di Francesco Ghiaccio con regista Marco D’Amore affronta la tematica del “body shaming”, sia a scuola che in famiglia. Verrà presentato al Festival Internazionale di Giffoni il 23 luglio, e nelle sale approderà pochi giorni dopo. Le protagoniste sono Chiara, Letizia e Mariagrazia, intente a interagire con le proprie fisionomie durante gli anni del liceo. Non è la prima volta che si affronta un tema così importante, ma la peculiarità di Ghiaccio sta nel considerarlo attraverso un pizzico d’ironia. Quella vena che, quando si riesce, permette di sdrammatizzare la situazione, o comunque di affrontare concretamente un disagio più o meno reale senza per forza renderlo un problema. Le tre protagoniste, ad esempio, decidono di iscriversi a una gara di nuoto, chiamandosi “Dolcissime”, per dimostrare a se stesse e ai compagni il loro valore

 

Tutto l’affetto dei genitori si risolve in piccole premure, nelle stesse preoccupazioni che i suoi elencavano al telefono ogni mercoledì: il mangiare, il caldo e il freddo, la stanchezza, a volte i soldi. Tutto il resto giaceva come sommerso a profondità irraggiungibili, in una massa cementificata di discorsi mai affrontati, di scuse da fare e da ricevere e di ricordi da correggere, che sarebbero rimasti tali (Paolo Giordano, “La solitudine dei numeri primi”)

Una scena tratta dal film “La solitudine dei numeri primi”

I disturbi alimentari, che si tratti di anoressia o bulimia, hanno un’incidenza molto elevata specialmente nel periodo dell’adolescenza, quando si riscopre il proprio corpo non più bambino e se ne riconoscono le potenzialità e i limiti. In quanto non si è i soli a osservarsi, i feedback e i commenti esterni, siano essi derivanti dal gruppo di pari piuttosto che dai genitori, non tardano a farsi sentire e possono avere delle ripercussioni considerevoli sul benessere e l’integrità personale. Talvolta per il proprio corpo si è derisi, insultati, sia con le parole che coi fatti (per chi ha letto La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, è difficile scordarsi della protagonista Alice, bersaglio masochista sia di se stessa che delle angherie delle compagne di classe). I genitori non rivestono quasi mai un ruolo secondario, in quanto talvolta sono parte integrante dell’eziologia del disturbo stesso. Conflitti irrisolti, uno stile di attaccamento infantile o tutt’ora presente di tipo insicuro o ambivalente, standard irraggiungibili o paragoni con la propria immagine, diversa da quello dei figli.

Alle volte invece si tratta dei compagni di classe, coloro che sferrano attacchi violenti, fisici ma anche verbali, ma anche di quelli che assistono senza dire una parola. In ogni caso, nel corso dell’adolescenza, non è raro che si arrivi a percepirsi come quei “numeri primi”:

 

I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi (lo Giordano, “La solitudine dei numeri primi”)

Servono quante più testimonianze possibili per far comprendere che il proprio corpo, quando necessario, può essere oggetto di modifiche, ma solo e unicamente se la persona stessa ne avverte l’esigenza. Si può riflettere, scambiare conversazioni e pensieri con se stessi  ma nessuno, indipendentemente dal peso o dalle caratteristiche estetiche, ha il diritto di offendere o innescare pensieri negativi su quella che è la cosa più personale che si ha: il proprio corpo.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

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