Da Stephen Hawking a Frida Kahlo: La rivincita dei corpi imperfetti

0 854

«Corpo s. m. [lat. cŏrpus «corpo, complesso, organismo»]. – 1. a. Termine generico con cui si indica qualsiasi porzione limitata di materia».

La Treccani definisce così il soma, quella parte imprescindibile che ci fa da guida nel mondo. Da quando nasciamo al momento in cui moriamo, non ce ne separariamo mai. Siamo un corpo che osserva, si stupisce, diventa livido di rabbia, si tinge le guance di tinte purpuree per la scoperta dell’amore, s’avverte fragile eppure tende alla resilienza, si rattrista ma è rischiarato da un improvviso moto di novità. Il corpo è un circolo di dinamismo, un mancato appassimento prolungato di chiome bionde e vermiglie sopra occhi color sherry spalancati dallo stupore. Siamo incorporati in una mente embodied, in un’interrelazione continua di perpetuo stupore eccitantemente positivo o negativo, talvolta con fugaci istanti spenti.Ci si sente fisicamente liberi oppure prigionieri; è la legge più antica del mondo: in presenza di un pericolo si attacca o si fugge, oppure si resta paralizzati.

Mi sentivo libero e perciò ero libero (Jack Kerouac, I vagabondi del Dharma)

Gustav Klimt, “Danae”, 1907-1908

A sobbarcarsi la scelta di ardere o perire, vivere “vite di quieta disperazione” o rincorrere sensazioni, è sempre il corpo. Al giorno d’oggi, nel 2019 sembra quasi che per affrontare il mondo si debba essere guidati da delle sorta di guide, generalmente di bell’aspetto, che celate dietro le stories di un social network promulgano consigli in merito a cosa indossare, come prepararsi per questa o quell’altra occasione. Andrebbe anche bene, se non fosse che l’identità di un corpo è spersonalizzantemente legata a tali influeze- o influencer- annientando quel briciolo di specificità che contraddistingue qualunque soma da tutti gli altri. Che poi, a pensarci, nel corso del tempo non è raro che siano state proprio le menti portatrici della convivenza con corpi imperfetti a dimostrare una sensibilità insolita, che è rimasta nel tempo. Ecco alcuni esempi:

  • Stephen Hawking insieme alla moglie

    Stephen Hawking: gli diagnosticarono la SLA in giovane età, da allora soffrì di depressione, eppure oggi in molti paragonano la mente e il contributo scientifico del cosmologo al genio di Albert Einstein. Seppur alla fine totalmente costretto alla paralisi e all’utilizzo di un sintetizzatore vocale per comunicare, nonostante la coscienza di avere entro i meandri di ogni singola cellula del proprio corpo un male che avrebbe divorato, in maniera degenerativa e irreversibile, tutta la vita che vi dimorava, nonostante questa terrificante consapevolezza Hawking non si è arreso, anzi. E’ morto nel 2018, all’età di 76 anni, dimostrando quanto il corpo e la mente non siano due entità differenziate bensì estremamente unite tra loro, in un legame ancestralmente forte, anche e soprattutto contro il demone catastrofico che è la malattia degenerativa.

  • Henri de Toulouse-Lautrec, “La toilette”, 1889

    Henri de Toulouse-Lautrec: nato da una relazione incestuosa, soffrì di picnodisostosi, che come egli stesso affermò lo influenzò per tutta la vita. Forse anche per questa ragione, Lautrec finì per ritrarre spesso soggetti, prevalentemente donne, entro scenari insoliti e dalle tinte non perbeniste. I costumi, le schiede nude, i rossi fiammeggianti e gli occhi sbiaditi, le gambe magre anelanti a chissà che o l’improvvisa serietà celata dietro lo sguardo di una prostituta esplicitano la sensibile temerarietà che solo un artista come Lautrec, abituato a convivere quotidianamente con un disagio evidente d’imperfezione fisica, può possedere.

Sottigliezze ritmiche, sguardi torbidi oppure evocanti un ammiccante malinconico, un corpo giovane con la sua schiena bianca e i capelli dalle tinte cangianti, contornato da un frastuono di colori frammentati sul pavimento: è “La toilette” (1889), e la stoffa vianca su cui è adagiata la ragazza ricorda molto, per le tinte confuse, il cielo che pennella lo sfondo di celesti biancastri l’opera “Le due Frida” (1939). A tal proposito, un’altra madre delle rivincite somatiche:

  • Frida Kahlo, “Le due Frida”, 1939

    Frida Kahlo: anch’ella giovane, il 17 settembre 1925, a 18 anni subì un incidente dovuto a una collisione con un mezzo di trasporto, e da allora fu costretta a numerosi periodi a letto. Frida illustra se stessa, la sua identita e l’amore per Diego e tinge tutto di colori dolorosi, è la ritrattista dei cuori in aperta visione entro le camere del petto, la rastrellatrice delle singolari versioni diverse di donna  che esistono in noi, dalle più sedentarie e amichevoli alle più estroverse. Forse Frida non sarebbe stata la stessa senza quello sfortunato accadimento, ma anche se ella non vi convisse mai serenamente- sarebbe alquanto ipocrita sostenerne la facilità e la passiva accettazione e rassegnazione- è innegabile che abbia evocato una consapevolezza somatica degna di pochi altri pittori, uno tra tutti Egon Schiele con le sue donne poliedricamente espressioniste.

  • Tiziano Terzani

    Tiziano Terzani: un autore, che ne “Un altro giro di giostra” racconta la sua epopea per guardare in faccia il volto di una malattia, che seppur grave non fu mai tanto asettica o priva di emozioni quanto quelle persone che interagirono con tale male. Medici, esami, commenti, una città che cambia il suo percorso abituale, quello di tutti i giorni da casa al mondo esterno, che a livello razionale si sa muterà eppure finsisce per etichettare il malato solo un giorno alla volta. Ciò che si può dedurre è che ognuno affronta la corporeità a modo proprio, entro le cinta di un rapporto estremamente personale, ma ciò che conta è, dicendolo con le parole di Hawking:

«Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi… Per quanto difficile possa apparire la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire» (Stephen Hawking)

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

 

 

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.