I Grandi Classici – “Jonathan Livingston”, storia di un gabbiano banale e dimenticabile

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Molti critici e/o scrittori, per molti ottimi motivi, parlano spesso a favore non solo della lettura ma anche della ri-lettura. Le ragioni, sia pur varie e variegate, si possono sintetizzare nel fatto che il libro cambia col lettore: ossia, che qualunque lettura viene influenzata dal vissuto del lettore, che col tempo, verosimilmente, scoprirà e apprezzerà aspetti diversi dell’opera (ammesso che questa ne contenga, beninteso, che abbia almeno qualche risvolto umanistico di un certo spessore: per dire, difficile scoprire nuove profondità in una rilettura post-ventennale di 50 sfumature di grigio).

Il Gabbiano Jonathan Livingston
Il Gabbiano Jonathan Livingston

Contraltare di questo pur ragionevole punto di vista è la delusione, o Sindrome dell’Aula d’Asilo. È piuttosto ovvio che tenderemo a rileggere libri che ci avevano colpiti ad una prima passata: proprio per questo, corriamo il notevole rischio emotivo di scoprire che quello che ci aveva affascinato un tempo, del tempo non ha retto i colpi, e quelle pagine che ci avevano fatto sognare, che parevano coperte di polvere di fata, ora ci appaiono grigie e insignificanti, se non addirittura tristi e sciatte – allo stesso modo in cui ci turba rivedere in età adulta l’aula del nostro asilo, che a tre anni ci pareva ampia come un anfiteatro.

Un tanto è quello che può accadere a ri-leggere Il Gabbiano Jonathan Livingston, dello scrittore-aviatore Richard Bach, uscito nel 1970, definito il “best seller del secolo”, due milioni di copie vendute a tutt’oggi. La storia di un gabbiano di nome Jonathan Livingston che ama moltissimo volare e cerca di perfezionare le sue tecniche di volo, che lo portano sempre più in alto e ad essere sempre più veloce: per questo è inviso agli altri gabbiani, per i quali la cosa più importante è il cibo. Ovviamente con gli altri gabbiani lo cacciano dal loro Stormo (con la S maiuscola): il senso di isolamento dovuto all’incomprensione porta Jonathan a riflettere a lungo sul significato dell’esistenza. Dopo una vita solitaria, in punto di morte viene raggiunto da due gabbiani con le piume bianchissime che appartengono a un livello di esistenza superiore a quello terrestre; nella nuova dimensione, Jonathan perfeziona ancora di più la sua tecnica di volo. Il resto della storia, se così si può definire, si svolge tra questa “dimensione” e la Terra, dove Jonathan torna per insegnare ad altri gabbiani come si può volare in modo migliore.

Ora, detta così sembra una cosa banale, noiosa e didascalica, ma ad una lettura attenta ci si accorge che questi sono solo banali eufemismi. Il raccontino lungo, spacciato per romanzo, risente indubbiamente del periodo in cui fu scritto, quell’inizi anni ’70 psichedelici in cui era quasi obbligatorio scrivere qualcosa di mistico. In molti, moltissimi, hanno quindi visto profondi significati nella storia di questo gabbiano saccente e monotematico, primo fra tutti la ricerca della libertà di espressione individuale: storia si fa per dire, perché il racconto è talmente lineare da essere quasi inesistente. In compenso la scrittura è continuamente venata da invenzioni talmente banali da essere una storia per adolescenti scritta da qualcuno con uno sviluppo emotivo adolescenziale. Del resto, Richard Bach non era uno scrittore, se non nel senso che metteva parole su carta: era un pilota d’aereo, e infatti tutti i suoi 20 libri (non osiamo immaginare…) parlano di volo in un modo o nell’altro. Anche Antoine de Saint-Exupéry era un aviatore, e il suo Piccolo Principe non è meno pretenzioso nell’essere detentore e foriero di grande poesia e verità.

gabbiano (1)Sorge il sospetto non peregrino che in tanta presunzione possa entrare la professione vera degli autori (la modestia, si sa, non si confà alle Giovani Aquile, e pare nemmeno a quelle anzianotte): ma tutto sarebbe perdonabile se cotanta brama di ammannire ed educare fosse sorretta da una Storia qual punto di partenza. È vero invece il contrario: e quindi ci viene propinata una favoletta sconclusionata, in cui si aggirano come stelline nel brodo immagini sconclusionate gratuite mal sorretta da pseudo-invenzioni lessicali: non è poi facile trovare amici, tra gli altri uccelli; il Gabbiano della Fortuna; il Grande Gabbiano (il Grande Bracchetto aveva un senso, il Grande Gabbiano a simboleggiare Dio è pietoso); lo Stormo; altro che la monotonia quotidiana del tran tran sui battelli da pesca!; Saremo liberi! Impareremo a volare! (ma non sono gabbiani?); le Scogliere Remote. Dialoghi e considerazioni sol volere volare, e sulla Stormo che si oppone, fino a condannare J.L. all’ostracismo sono semplicemente incommentabili.

Non può mancare, ovviamente, il Maestro (che si chiama Ciang, che ci crediate o no) in quella specie di post-vita dove Livingstone viene portato dai due gabbiani pseudo-angeli, figura banale il cui ruolo è dire cose profonde e mistiche come …qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti. Velocità perfetta, figlio mio, vuol dire solo esserci, esser là.

«Fare o non fare, non c’è provare» – Yoda

«Togli la cera, metti la cera» – Miyagi

Mi astengo dal citare anche il Maestro Oogway, ma specifico che comunque Yoda, Miyagi e Oogway sono dei portatori reali di qualche spunto di saggezza: in tutto Il Gabbiano J.L., dal titolo che è un po’ una paraculé (tra l’uso fascinoso del volatile gabbiano e il richiamo all’esplorazione insita in Livingstone) ci sono solo due piccoli spunti degni di nota: Ah, era bello smettere di pensare, e volare tranquilli nel buio e scoprire ch’erano la noia e la paura e la rabbia a render così breve la vita di un gabbiano.

Il punto focale è che Il Gabbiano Jonathan Livingston viene presentato come una fiaba; e senza tema di apparire presuntuosi, siamo certi che nelle intenzioni di Bach c’era proprio la costruzione di una fiaba: perché la fiaba viene vista come un racconto facile, semplice, la cui stesura è alla portata di tutti o quasi. E poi, pare una narrazione che consente di moraleggiare a proprio piacimento, perché quello che ci si aspetta da una fiaba è che abbia una morale. La realtà è ben diversa, e costruire una fiaba è un’operazione delicata e complessa quanto partire dal presupposto che il nostro lavoro sarà un best seller o un Disco di Platino: soprattutto, come si evince dal leggere Esopo, Perrault, Dahl, La Fontaine, i Grimm, Andersen, Milne, Silverstein, Rodari, deve trattarsi di un lavoro sincero e non solo finalizzato al moraleggiare. In tal caso, l’opera può anche essere valutata sub specie aeternitatis e, come è auspicabile che sia, i suoi significati trascendere le intenzioni dell’autore: leggere Propp e Bruno Bettelheim in proposito.

Richard Bach
Richard Bach

In tale prospettiva, anche i due milioni di copie di Bach non fanno così tanta impressione, nevvero? Basti pensare alle centinaia di milioni di persone che devono aver letto Esopo, alle decine di milioni delle altre fiabe classiche: vanità di vanità, sic transit gloria mundi, le vendite del Gabbiano Jonathan paiono in deciso ribasso, ché il lettore attuale è quantomeno smaliziato sotto il profilo della freschezza del racconto. Inoltre, il volume è corredato tradizionalmente dalle terribili fotografie, inutili, ingiustificatamente sgranate, ripetitive, tristi, disseminate a caso tra le pagine e a loro volta pretenziose di tale Russel  Munson, che se nel 1970 aggiungevano misticità al racconto ora tolgono anche quel minimo appeal alla già scarsa storia.

Per i suoi archetipi, per i suoi rivolti psicologici, per la sua capacità di penetrazione nell’immaginario, la fiaba andrebbe trattata col massimo rispetto, invece salta sempre fuori qualcuno che maltratta questo nobile genere: pensiamo a Luis Sepulveda, che dopo un giustificabile Storia di una gabbianella (il gabbiano pare una garanzia, in termini di fiabe) e del gatto che le insegnò a volare ha pensato che per fare successo e cassa bastassero un titolo accattivante e strano e una morale cacciata dentro a pedate. A noi, queste storie di bradipi che insegnano a correre agli zebù, di tenie intestinali che curano l’alitosi ai tapiri e via delirando fanno un po’ tristezza, ma nel contempo siamo tranquilli: il tempo farà giustizia di questi inutili lumache che scoprono la lentezza e cani che insegnano la fedeltà.

Perché tutte queste storie insincere, dettate non dall’amore per la scrittura ma per il proprio conto corrente, devono affrontare il tempo: e il tempo è galantuomo, come canta Bennato, citando l’immortale, lui sì, Peter Pan.

E Grande Giove, QUELLA è una metafora sul volo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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