Remo Bianco al Museo del Novecento: un viaggio tra vintage e avanguardia

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A Milano c’è aria di vintage. Se nella moda, nella musica, nel lifestyle in molti si stanno riscoprendo grandi ammiratori di epoche e e stili mai vissuti, nell’arte la tendenza sembra non essere da meno. Se negli ultimi mesi infatti, la grande casa editrice Skira ha pubblicato tre volumi dedicati ai grandi sopraintendenti di Brera dei primi del Novecento, il 5 luglio al Museo del Novecento  si è aperta la grande mostra antologica dal titolo Le impronte della memoria dedicata all’artista Remo Bianco, protagonista della Milano degli anni del boom economico.

Pagoda, 1959

L’artista, classe 1922, nella sua variegata produzione tocca differenti stili, ma anche differenti materiali e proprio questa è una delle sue caratteristiche principali; la mostra si apre con una sala che mette vicino le Pagode, sculture che sembrano ricordare delle architetture archeologiche usate per un culto misterico, create con una tecnica mista che prevede un collage ora su carta, ora su stoffa ora con foglia d’oro. Di fronte si possono invece ammirare le opere della serie Testimonianze,  tele dipinte su cui si trovano sacchetti di plastica contenenti oggetti che facevano parte della quotidianità anni Cinquanta, proprio a voler raccontare con delle vere e proprie “prove” un epoca oramai lontana.

Nella sala principale dove sono esposte la maggior parte delle 70 opere in mostra, si apre uno scenario inedito, a metà tra il vintage e l’assoluta avanguardia; i tempi e lo spazio sembrano intersecarsi creando un mondo artistico forse inedito, mai visto fino ad adesso.

Da una parte infatti ci sono le opere così definite sovrastrutture :  strati di legno (smaltato o dipinto) sovrapposti, che danno come risultato un prodotto tridimensionale colorato e movimentato che ricordano molto un -personale-omaggio all’arte di Jackson Pollock, grande artista statunitense che Bianco ha conosciuto durante il suo viaggio negli Usa nel 1955. Dall’altra parte della sala, l’archivio fotografico dell’artista, che tra i suoi punti forti, ne ha senza dubbio uno: quello di catapultare il fruitore nei magnifici anni ’60 con le  caratteristiche foto in bianco e nero, i vestiti sempre eleganti e mai volgari, le acconciature bombate ma semplici che davano quel tono in più alle borghesi signore della Milano che conta.

opera della serie “Testimonianze”, Remo Bianco, 1956

Al centro, il corridoio principale, racconta le famose sculture neve, creazioni dal sapore naif che mettono in una teca degli oggetti -ora d’infanzia ora di natura quotidiana- cosparsi di neve artificiale, elemento che conferisce inevitabilmente una connotazione malinconica e retrò. Molto interessanti sono anche le opere -da cui l’esposizione prende il nome- che raccontano le impronte: anche in questo caso i soggetti sono differenti; in alcune produzioni si ritrovano oggetti di uso quotidiano, in altre impronte umane con protagoniste le mani o addirittura il corpo di un individuo.

Ma ciò che merita una nota di attenzione sono i quadri parlanti: ebbene sì, avete capito bene! Nella sala sono esposti due quadri, uno con il ritratto dell’artista, l’altro una tela completamente nera. La particolarità? Che sono collegate ad un apparecchio acustico con registrata la voce dell’artista che si diffonde nella sala creando un’opera d’arte ben poco usuale ed estremamente innovativa per gli anni ’70; in particolare quello con la fotografia di Remo Bianco, rende indirettamente omaggio al famoso manifesto americano risalente ai primi anni del Novecento con la scritta “I want you”, creato con lo scopo di reclutare soldati per le missioni belliche.

Remo Bianco è stato senza dubbio un artista molto particolare, ma soprattutto estremamente innovativo per la sue epoca. Per questo, forse, è stato ai tempi sottovalutato e oggi, può non essere capito. Si consiglia la visita a questa mostra estremamente interessante, soprattutto per gli amanti dell’arte e della Milano anni ’50-’70, per chi ha voglia di riscoprire un artista forse poco conosciuto, o semplicemente per chi ha voglia di stupirsi con qualcosa di non banale  e unico nel suo genere. Si suggerisce però di documentarsi prima sull’artista e sulle correnti che lo vedono protagonista, per apprezzare maggiormente l’esposizione promossa dal Comune di Milano Cultura in collaborazione con la Fondazione Remo Bianco. Curata da Lorella Giudici.

Ilenia Carbonara per MIfacciodicultura.

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