I grandi saggi – Memorie a rotta di collo, vita e silenzi del Fenomeno Buster Keaton

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Tecnicamente parlando, si tratta di un’autobiografia. Che però si legge anche come un saggio. O come un romanzo, peraltro. Non deve stupire, se pensiamo che la vita dei grandi artisti è pressoché inseparabile dal loro campo espressivo; o almeno, fino a che il cosiddetto prodotto era frutto di una pulsione dell’animo e non di un desiderio del portafoglio. In ogni caso, Jospeh Francis Keaton, nato a Pickwick nel Kansas (una cittadina che oggi non esiste più) il 4 ottobre del 1895, salì sul palcoscenico per la prima volta nel 1899, quindi a quattro anni; e prima della sua scomparsa nel 1966 girò oltre cento film e si guadagnò il ventunesimo posto nella graduatoria degli attori più importanti di tutti i tempi secondo l’American Film Insitute, oltre ad un Oscar alla carriera. Per cui, con un’intera vita dedicata al cinema, non pare azzardato considerare alla stregua di un saggio sugli albori della Settima Arte e dell’industria cinematografica il bellissimo Memorie a Rotta di Collo (My wonderful world of slapstick), autobiografia di Buster Keaton.

Non abbiamo dubbi sul fatto che il ricordo di Buster Keaton sia destinato a evaporare rapidamente, ai giorni nostri, rimanendo tutt’al più un dato statistico e per cinefili accaniti, ché non subiamo più lo stesso fascino del grande schermo, abbiamo star votate alla massimizzazione del profitto, e insomma come video killed the radio star così la tecnologia digitale ha spazzato via un certo tipo di star e di cineasti, il bianco e nero e l’espressività del muto. Eppure, pur riconoscendo che anche il ricordo di Buster Keaton sia avviato sul viale del tramonto, non possiamo fare a meno di pensare che la nostra generazione della ergersi a baluardo, e leggere Memorie a Rotta di Collo e cercare di mantenere viva la memoria di uno dei pionieri la cui lungimiranza e coraggio di hanno consentito di poter vedere, oggi, persino Lanterna Verde e Checco Zalone.

Ovviamente, Memorie a Rotta di Collo è un libro di memorie: chissà, potrebbe persino incuriosire e creare un effetto domino. Perché fortunatamente tutti abbiamo tuttora in orecchio Charlie Chaplin, e qualcuno persino Buster Keaton, ma il numero scenderebbe precipitosamente quando dovessimo nominare Harold Lloyd, o peggio Fatty Arbuckle; abbiamo sentito nominare Harri Houdini, ma abbiamo rimosso Al Jolson; quanto al discutere di film “a due rulli”, non se ne parla neppure. Eppure, tutto è nato da qui: anche in questo caso, dalla resistenza ad un gap generazionale, perché Joseph Keaton non credeva minimamente nel futuro del cinema, che considerava una moda passeggera, e avrebbe voluto continuare col vaudeville, attraverso i palcoscenici del quale aveva lanciato – letteralmente – il piccolo Buster.

Memorie a Rotta di Collo parla di teatro e cinema, di star e generi “minori”, di sceneggiature e di produzioni degli albori del cinema, e prima ancora di vaudeville e di medicine show. E parla, ovviamente, della vita di un attore singolare, che indossò una maschera fino a diventarne una. Come è noto, Buster Keaton fece dell’imperturbabilità la cifra distintiva della sua arte. Era il comico che non rideva: e anche se non erano ancora maturi i tempi dell’analfabetismo funzionale, gli stupidi sono sempre esistiti, quelli che non distinguono J.R. da Larry Hagman per intenderci.

«Una delle prime cose che notai fu che ogni volta che sorridevo e facevo caprie al pubblico che mi divertivo, loro sembravano ridere meno». È la teorizzazione del cinema delle cadute, e nel contempo una notazione sulla natura umana. Il dolore, quello degli altri ovviamente, fa ridere, e Buster impara che fingersi «infelice, umiliato, perseguitato, tormentato, vessato, stupito e confuso» gli fa guadagnare consensi e successo. Almeno, fino alla caduta, allo svanire del successo, ai matrimoni falliti, all’alcolismo e ai problemi di salute, che poi viene riguadagnato fino ad una consacrazione “definitiva” che si verifica – anche  postuma.

Memorie a Rotta di Collo dipinge un mondo che nel 1960, quando escono queste memorie di un divo del muto, è già di fatto scomparso, ma Keaton riesce nel suo affresco senza troppa nostalgia. Nostalgia che coglie, invece, noi che quei tempi non li abbiamo vissuti e quegli uomini non li abbiamo conosciuti: uomini come Jospeh Keaton, del quale il figlio Buster poté dire che “non sapeva che cosa fossero i pregiudizi razziali”, o Buster stesso che a proposito della sua esperienza della Prima Guerra Mondiale dice «avendo vissuto tutta la vita nel vaudeville il mio modo di pensare si era internazionalizzato… avevo conosciuto troppi cortesi attori, ero convinto che qualunque ne fosse la provenienza gli uomini erano tutti uguali. Non come individui, naturalmente, ma presi come gruppo. Per me non era posibile prendere sul serio quella guerra».

Ma quello che lascia basiti, noi figli dell’antitesi delle meritocrazia, è la descrizione dell’accesso al mondo del teatro:

L’apprendistato era tortuoso e richiedeva anni. La pubblicità era appena nata. Nessuno poteva essere imposto al pubblico per il suo aspetto, per il corpo o per le sensazionali storie d’amore. Il tuo rendimento sul palcoscenico, ecco cosa contava. L’impresario veniva a vedere un tuo spettacolo e decideva per conto suo. Non dipendeva dai calcoli di geni matematici capaci di convincerlo di ciò che milioni di persone pensavano di una star dopo aver sentito le opinioni di una manciata di casalinghe.

Un mondo prima degli influencer e delle persone famose per il fatto di essere famose, praticamente un’Arcadia, quello di Memorie a Rotta di Collo.

E anche se di Keaton ce n’è stato soltanto uno, un fenomenale mondo di Buster.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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