Ernst Jünger: filosofo profetico e controverso, tra guerra, tecnica e nichilismo

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Ernst Jünger: filosofo profetico e controverso, tra guerra, tecnica e nichilismo

Ernst Jünger
Ernst Jünger

Il 29 marzo 1895 nasceva Ernst Jünger, uno dei maggiori intellettuali tedeschi del Novecento, personalità sempre in contatto con gli altri studiosi di tutta Europa, tra cui Martin Heidegger, Moravia, Mircea Eliade e Carl Schmitt.

La sua è una figura affascinante, per certi versi inqualificabile: infatti, nonostante la sua idea conservatrice, non aderì mai al Partito Nazionalsocialista, sebbene venne salvato nel 1944 dallo stesso regime, quando fallì l’attentato organizzato da Claus Von Stauffenberg.

Figlio di un chimico-farmacista, fece parte di una delle ultime annate a essere chiamata per il fronte nella Prima Guerra Mondiale. Nell’agosto 1914, allo scoppio della guerra, si arruolò volontariamente nella fanteria. Inizialmente soldato di truppa, nel 1915 frequentò un corso per allievi ufficiali e nel novembre di quell’anno fu nominato tenente. Combatté sul fronte occidentale e, ferito quattordici volte, venne decorato nel 1917 con la Croce di ferro di prima classe e il 18 settembre 1918 con la più alta decorazione militare prussiana istituita da Federico il Grande, l’ordine Pour le Mérite.  Conclusa la guerra, continuò a servire nell’esercito, partecipando nel 1920 alla repressione del tentato putsch di Kapp. Si oppose alla Repubblica di Weimar, valutata come il risultato politico di una sconfitta militare considerata immeritata e dell’onta del trattato di Versailles. I suoi romanzi, Nelle tempeste d’acciaio (1920-1922) e Boschetto 125 (1925), basati sulle sue personali esperienze del fronte, sono una riflessione sulla guerra e furono accolti con entusiasmo dalla stampa conservatrice tedesca.

Ernst Jünger
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Gli anni dopo la guerra, nella quale strinse molte amicizie in Francia e, come già detto fu graziato dal regime nonostante un suo marginale ruolo nell’attentato del 1944, furono abbastanza turbolenti. Infatti, venne accusato di essere in combutta con il regime, a causa della sua ideologia nazionalista, sebbene nelle sue opere Jünger avesse manifestato enorme sfiducia nel nazionalsocialismo (come è possibile vedere in Sulle scogliere di marmo). Negli anni ’30, in Nationalismus und Judenfrage, egli aveva però descritto gli ebrei come una minaccia per l’unità tedesca. Fece uso di sostanze, come LSD, mescalina, cocaina, hashish. Muore il 17 febbraio del 1998, alla veneranda età di 102 anni.

Il pensiero di Jünger è molto interessante. Nella sua visione nazionalista e quasi dionisiaca della vita, accostabile al pensiero nietzschiano,  trova nella guerra un antidoto  all’epoca borghese, per lui decadente ma anche un utilizzo della tecnica come strumento per il progresso dell’uomo.

La sua esperienza nella legione straniera e l’impegno come volontario nella Prima Guerra Mondiale, fanno maturare in lui una visione del conflitto come il naturale impiego della potenza umana, il vero medio tra gli estremi dell’esistenza: la vita e la morte. Questa sarebbe per la sua intensità un’esperienza simile alla morte, nella quale, allo stesso tempo, possiamo godere al massimo della vita. Il polemòs, che già Eraclito aveva indicato come “padre di tutte le cose”, è ebbrezza e voluttà, è la fine dell’epoca rassicurante borghese, dell’accumulo di proprietà e di ricchezza. Sempre nella guerra troviamo altre due componenti fondamentali del pensiero jüngeriano: il lavoro e la tecnica. Questi sono strettamente collegati: il lavoro è ciò che pervade ogni aspetto della vita e della realtà (abbiamo la figura dell’operaio), a sua volta dominato dalla tecnica. Questa, se presa in una accezione borghese, non è altro che uno strumento di volgarizzazione delle masse, poiché è destinata all’arricchimento e alla sicurezza. Se, invece, l’utilizzo che se ne fa è di tipo militare, come è stato possibile vedere nelle due guerre mondiali, allora l’uso della tecnica è senza dubbio l’apripista per una nuova umanità, pure un uomo superiore (la figura del guerriero). La tecnica è il grimaldello che permetterà la transizione verso un nuova epoca, quella che il filosofo definisce come l’era dei Titani, che vedrà innalzarsi uomini nuovi dalla massa anonima che ha riempito il Novecento, ben espressa dal quadro di Munch, Sera sul viale Karl Johan del 1892.

Ernst Jünger
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Inoltre, Jünger dibatte anche del progressivo nichilismo che la nostra epoca sta attraversando, con l’aumentare degli idoli a cui ci si rivolge e la sempre più schiacciante presenza dello Stato che soffoca il cittadino, incapace di esprimersi e anonimo, nonché omologato. Ciò che è irriducibile a questa prospettiva completa del nichilismo sono la vita e la morte, l’arte in cui si condensa l’interiorità spirituale. In linea con Heidegger, inoltre, identifica la poesia come l’unica ancora di salvezza. Differentemente dal grande autore di  Sein und Zeit,  la visione della tecnica è opposta: per Heidegger la tecnica è assimilabile con l’ultimo stadio della metafisica, l’uso reiterato del mondo come fondo inesauribile, controllo della natura ed entificazione dell’essere, che ha nella cibernetica il più alto esempio.

Una visione negativa della tecnica è insita anche nel pensiero di due allievi di Heidegger: Günther Anders, che spiega nella prefazione dell’Uomo è antiquato, come l’epoca della tecnica porterà l’uomo a una distruzione sicura e Severino, il quale ravvisa nella tecnica « la follia dell’Occidente».

Infine, merita di essere menzionato il Pacifismo proposto da Jünger, come di uno stato di «guerra alla guerra», in cui è insito lo spreco di risorse, arrivando a invocare gli Stati Uniti d’Europa per mettere fine alla guerra e ai disastri economici, con la paura che non si riuscirà mai a mettere da parte le pesanti ombre della Patria e della Famiglia.

Come detto, un autore contraddittorio, controverso ma terribilmente attuale.

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

 

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