#Ontheroad – Viaggio nell’Italia infinita di Giacomo Leopardi

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In tanti ne hanno letto i pensieri, rivestito i panni e infinite voci hanno riletto i versi di Alla luna di Giacomo Leopardi, rievocando quel candore indecifrabilmente romantico e autentico che è abile da resistere tra tutti gli scritti e i pensieri del tempo

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.

Friedrich, “Viandante sul mare di nebbia”, 1818

Questi primi versi de Le rimembranze esprimono l’intenzione ferma del giovane di Recanati di voler tradurre in poesia le emozioni, in contemplazione assorta di un paesaggio essenziale eppur mirabolante nella quantità di purezza frenetica evocata in chi l’osserva. Come l’uomo di spalle protagonista di Viandante sul mare di nebbia di Friedrich, gli anni e gli stati interni possono risultare simili: aggionamenti e gioie pure, sensazioni immediate prive di ragionamenti complessi e ricordi che si intersecano inavvertitamente con un’osservazione priva di filtri, per rendere espliciti i messaggi interni in continuo flusso. Nella poesia Il primo amore emerge la giovanile e istintiva mareggiata provocata dai primi sentimenti disillusi di chi, giovane, offre il proprio amore e lo riscopre imperfetto, per sua genesi o per influenza altrui: «Ahi come mal mi governasti, amore! Perchè seco dovea sì dolce affetto Recar tanto desio, tanto dolore?». A seguito del periodo di studi «matti e disperatissimi» in casa da autodidatta, nel 1817, dopo l’amicizia con Pietro Giordani, inizierà a redigere lo Zibaldone dei pensieri, che occuperà gran parte della sua vita. In quegli anni, precisamente nel 1819, Leopardi tenterà la fuga dalla natìa Recanati, ma verrà fermato dal padre avvisato da un servitore degli intenti del figlio.

Il desiderio di fuga, e non sarà un caso che Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer sia proprio del 1818, l’istinto della scoperta di un itinerario non raccontato sui libri oppure che avesse qualche variante personalmente aggiunta rispetto alle cartine demagogiche imparate a menadito si stavano facendo strada nel giovane, che arricchì quello che è a tutti gli effetti un diario personale ben scritto, sotto forma di diversi generi letterari differenti. Il rigetto per l’artificiosità delle biblioteche paterne e la rivolta fuggitiva dall’isolamento solipsistico impostogli quasi fosse una condanna portarono il giovane a formulare un incipit allo Zibaldone che recita così:

La ragione e nemica di ogni grandezza, la ragione è nemica della natura, la natura è grande, la ragione è piccola

Il tempo della mente e i pensieri lontani

La natura, dunque, quella figura dalle venature definite e infinitamente dispersive e dalle brillantezze lungimiranti e dai colori tenui sopraffini, delineata in ogni sua perfezione e all’insieme specchio di quel pessimismo cosmico che rappresenta la mente inquieta e subissata da stimoli lontani che è quella che la osserva in silenzio assordante. Nelle 4526 pagine vi è un turbinio di irrequietezza  e contemplazione, ma la staticità passiva è tutto fuorchè il tema principale: anche se i viaggi per ammirare realtà lontane non prendono forma in pellegrinaggi concreti, la mente valica qualsiasi siepe ed è pronta a riversare un fiume di pensieri innovativi e caustici, ricchi di innocente fermezza piena di personalità. Gli orizzonti sono mentali, gli ostacoli solo un salto non impossibile se l’mmaginario può contemplarli e arrivare nella direzione di quell’oltre lontano e diverso dal presente è tutto fuorchè impossibile.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo emirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare

Gli anni sono i medesimi, è il 1819 quando Leopardi redige L’infinito, poesia che lo rappresenterà negli anni a venire. C’è un lungimirante silenzio e l’estasi del nuovo per chi ancora non può goderne ma solo ipotizzarne i gusti proibiti e le rimescolanze estasianti avanzate nei pensieri settembrini. E il silenzio, quella pace soffusa e allo stesso tempo roboante urlo interno di chiaroveggente evasione, in un misto di estenuante lotta senza via d’uscita. Il silenzio sarà lo stato che Leopardi vivrà anche quando finalmente lascerà Recanati per andare a Roma: nessuna parola positiva è assegnata a quella città tanto ricca di aspettative quanto priva di contenuto intellettuale quando visitata davvero.

Casa Leopardi a Recanati

Di altro stampo saranno i viaggi a Bologna, Firenze e Pisa, che gli permetteranno di incontrare diversi intellettuali, tra cui Alessandro Manzoni e che stimoleranno il suo pensiero, dando vita ad altri celebri componimenti quali A Silvia, Il sabato del villaggio e Il passero solitario. Oggi nel borgo tanto caro e allo stesso tempo disprezzato da Leopardi c’è Casa Leopardi, in cui è possibile entrare nel Palazzo ristrutturato dal prozio di Leopardi nella prima metà del ‘700, che si affaccia sulla celebre piazzuola descritta ne Il sabato del villaggio. Vi è anche un giardino aperto al pubblico, in cui non è difficile immaginare il giovane poeta pensante nell’unico spazio aperto all’interno della roccaforte domestica.

Al primo piano si può invece ammirare da vicino la celebre biblioteca, vera e propria dimora di apprendimento, l’unica parte aperta al pubblico perché le restanti aree del palazzo sono chiuse in quanto tutt’ora abitate dalla famiglia Leopardi. Per chi vuole sedersi e ammirare il paesaggio dal celebre colli può recarsi presso quello che è stato battezzato Il colle dell’infinito sul monte Tabor, oltre al C.N.S.L (Centro di Studi Leopardiani). C’è poi Palazzo Antici, in cui nacque Adelaide madre del poeta, oltre alla Chiesa di S.Agostino dal quale chiostro interno è visibile la torre resa celebre dalla poesia leopardiana Il passero solitario, oltre alla Chiesa di San Vito in cui Leopardi lesse ad alta voce i suoi Discorsi Sacri. Scenari che ancora oggi sono qui per testimoniare il percorso geniale di una mente in subbuglio in continua concentrazione di un infinito che pare dietro l’angolo eppure non lo è mai veramente.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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