Sidney Lumet, ritratto di un artista

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Sidney Lumet, ritratto di un artista

Le cose vanno male, le banche falliscono, perdiamo lavoro, la situazione politica è una merda. Le cose vanno male anzi vanno più che male, vorrei però che voi vi incazziate e che urliate: sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più.

Ma prima dovete incazzarvi!

(da Network di Sidney Lumet)

circa 1999: Portrait of American director Sidney Lumet, wearing a denim shirt, smiling with his arms crossed in front of his chest on the set of his film 'Gloria'. RESTRICTED, PLEASE INQUIRE. (Photo by Brian Hamill/Getty Images)
Sidney Lumet

Sidney Lumet, nato a Filadelfia il 25 giugno 1924 e morto il 9 aprile 2011 a Manhattan, è stato un grande regista americano, anzi, uno dei più grandi registi americani della seconda metà del ‘900. Un regista televisivo prima e subito dopo cinematografico. Un artista capace di cimentarsi nei generi più vari, realizzando opere coraggiose e di denuncia sociale, ma anche pellicole più leggere e divertenti. Sidney Lumet fu un artigiano del cinema, capace di occuparsi della realtà drammatica d’America con spirito critico, spaziando fra il cinema d’autore e quello d’intrattenimento.

Figlio dell’attore Baruch Lumet e della ballerina Eugenia Wermus, entrambi ebrei attivi all’Yiddish Art Theatre di New York dove lo stesso Lumet esordirà in qualità di attore all’età di quattro anni, il giovane Sidney studiò alla Professional Children School partecipando  a diversi spettacoli teatrali. Crescendo in età adolescenziale prende parte come attore a molti spettacoli di Broadway, iscrivendosi poi all’Actor’s Studio.

Questa fase gioiosa e giocosa terminerà però nel 1942 quando costretto ad interrompere gli studi universitari alla Columbia University partirà per la guerra. Boots on the ground tornerà negli States solo nel 1946 e con la fine degli anni ’40 e gli inizi degli anni ’50 Lumet lavora come regista per alcuni spettacoli teatrali e qualche serie televisiva. L’esperienza maturata sui set lo portò nel 1957 a dirigere il suo primo film: La parola ai giurati (12 Angry Men)  un magnifico e potente lungometraggio interpretato tra gli altri dall’amico Henry Fonda.

Il film racconta la storia di un membro di una giuria formata da 12 persone che tenta di persuadere gli  altri 11 membri dell’innocenza di un giovane accusato di parricidio. Un solo set, 12 attori, una serie di colpi di scena per un film teso, sconvolgente, nominato agli oscar del ’58 per miglior film e miglior regia (non li vinse a causa del film Il ponte sul fiume Kwai, Oscar meritati tra l’altro).

La parola ai giurati è una vera perla che affronta i temi del razzismo, dello scontro fra classi, e la violazione dei diritti civili. Il film ha ispirato 12 di Nikita Mikhalkov che ne riprende i temi trasferendoli nella Russia moderna. Da questo momento dirigerà ancora Henry Fonda (Fascino del palcoscenico), Sophia Loren (Quel tipo di donna, 1959), Anna Magnani e Marlon Brando (Pelle di serpente, 1960), Katharine Hepburn e Ralph Richardson (Il lungo viaggio verso la notte, 1962), e ancora Henry Fonda nel ruolo del presidente degli Stati Uniti in A prova d’errore.

Gli anni Sessanta lo confermano nel suo ruolo, i suoi film ogni anno sono in sala ed è acclamato come celebrità del cinema hollywoodiano. Eppure sono gli anni Settanta ad essere il decennio più proficuo per Lumet.

Nel 1972 realizza un godibilissimo Riflessi in uno specchio scuro e, in ordine, dal 1973 al 1976: Serpico; Assassinio sull’Orient-Express; Quel pomeriggio di un giorno da cani; Quinto Potere.

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Pelle di Serpente – Anna Magnani e Marlon Brando

Serpico (Serpico, 1973), in particolare, è tratto dalla storia vera del poliziotto italo-americano Frank Serpico, il quale denunciò la corruzione dilagante fra i suoi colleghi.
Non è un semplice poliziesco: è un film delicato, una biografia di un uomo onesto che viene ghettizzato e minacciato dai suoi colleghi. Serpico è un martire, un poliziotto che vuole fare il suo lavoro ma i primi criminali sono i suoi colleghi.

Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon, 1975) è invece basato sugli eventi di una vera rapina tentata nel ’72 a Brooklyn con un Al Pacino incredibile ed un John Cazale perfetto nel ruolo di spalla. Racconta di tre rapinatori, di una rapina e di una città.
È la storia di Sonny Wortzik, un uomo che incarna una generazione, un uomo che ha perso la strada di casa, rappresenta l’America che non vuole la guerra del Vietnam (anche se Sonny c’è stato), un uomo che vuole fuggire dalla sua quotidianità ma che cadrà rovinosamente.

Assassinio sull’Orient-Express (1974) è tratto dall’omonimo romanzo di Agatha Christie, mentre Quinto potere (Network, 1976) è una critica al sistema televisivo e agli effetti sugli  spettatori. Il film vale l’Oscar ai due protagonisti, Peter Finch e Faye Dunaway. Fuun successo, uno dei grandi capolavori di Lumet, un ritratto feroce e spietato non tanto del mondo della televisione, quanto piuttosto della società dell’apparenza e dello spettacolo, una società che si lascia dettar legge dal piccolo schermo e che costruisce e abbatte i propri idoli con un semplice tasto del telecomando. La trama del film ruota attorno a un conduttore televisivo che minaccia il suicidio in diretta dopo l’annuncio dell’imminente chiusura del suo show. L’episodio dà una svolta inaspettata agli ascolti del canale televisivo. Il discorso sopracitato infiamma il pubblico, lo entusiasma, ed allarma i vertici della società televisiva per cui lavora…

La carriera di Lumet prosegue negli anni ’80 durante i quali  dirige Il verdetto, Cercando la Garbo (Garbo Talks, 1984) e Il mattino dopo (The Morning after, 1986) ma queste pellicole non ottennero un grande successo di pubblico.

Gli ultimi colpi di coda di questo regista sono sicuramente il sottovalutatissimo Prova a incastrarmi, con un Vin Diesel  sopraffino in una commedia gangster strepitosa e Onora il padre e la madre (Before the Devil Knows You’re Dead) di genere totalmente opposto, una pellicola cattiva, dark, potente.

Con questa pellicola si chiude la carriera di Sidney Lumet, un regista che ha dato tanto al cinema e che forse troppo spesso viene dimenticato.

Massimiliano Romualdi per MIfacciodiCultura

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