Il mistero dell’onirico e lo stato di rêverie, in sospeso tra sonno e veglia

Immaginare il possibile e l'impossibile: tra realtà e incubo

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Vengono chiamate rêverie, e sono le rappresentazioni mentali che sopravvengono quando la dimensione della coscienza lentamente si abbandona all’onirico, o dall’onirico riemerge.

Mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l’unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero – lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d’albergo, che non avevo mai visto, col sibilo del vapore fuori, lo scricchiolio del legno vecchio degli impiantiti, i passi al piano di sopra e altri rumori tristi – e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi. Non avevo paura; ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Ero a metà strada fra una costa e l’altra dell’America, al confine tra l’Est della mia giovinezza e il West del mio futuro, e forse è per questo che accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso (Jack Kerouac, “On the road”)

(Gustav Klimt, “Le bisce d’acqua II”, 1907)

Che si parli di transizioni ancora incoscienti o di pensieri appena svegli, quello che sovviene alla mente negli istanti in cui è ancora semi addormentata non è mai casuale. Sigmund Freud parlò di “ordine psichico”, asserendo che qualunque meccanismo ha una sua causa che produce uno specifico effetto. Nulla è perciò lasciato al caos, dunque nemmeno le immagini ipnagogiche (dalla veglia al sonno) nè quelle ipnopompiche (dal sonno alla veglia) sono prive di un senso. La casualità non esiste, vi è solo un meccanismo di protezione che in talune fasi, come quelle del risveglio e dell’abbandono al sonno, si fa più debole. 

(Egon Schiele, “Due ragazze amanti”, 1911)

Come un ritratto di scheliana memoria, Thanatos (istinto di morte) ed Eros (istinto di vita) sono i protagonisti onnipresenti dell’abbracco onirico (“Due ragazze amanti”,1911) e vanno in scena partendo da quelle che sono le riproduzioni depositate nell’inconscio. Come un direttore teatrale, la pièce del sogno riproduce in chiave pirandelliana, o che dir si voglia anche in una disattenta confusione kafkiana, il contenuto in forma rivisitata. A poco servirà tentare di operare come Kafka, è inutile indagare i meandri di quel Castello momentaneamente immerso nell’ombra, perchè solo la notte racchiude il suo inconscio segreto e non troppo facilmente sarà disposto a disvelarlo. Troppo poco spesso, infatti, avviene che quell’emozione o sentore di estrema paura o gioia esperito durante il giorno si ripresenti con le stesse fattezze nel buio ancestralmente pullulato di carte bianche, ma apparirà invece camuffato in un’altra paura o frammentato in tante piccole manifestazioni di quell’emozione.

Alle volte, un’attrazione negata a se stessi riemerge nel sogno con discorsi pregni di simulazione e inganno degni di Ovidio, e quando l’alba risveglia le mura della piccola casa ci si riscopre increduli di tali fantasie degne dellArs Amatoria. Che però, ricordiamolo, non sono mai frutto di una casualità astratta bensì di qualcosa- emozione, sensazione, percezione, pensiero nascosto e inaccessibile- che la persona ha intensamente esperito, nella realtà o nella fantasia.

(Johann Heinrich Füssli, “L’incubo”, 1790-91)

Probabilmente, pensando all’incubo la prima immagine che sovviene alla mente è quella dell’opera di Johann Heinrich Füssli: L’incubo, del 1790-91. Il candido pallore nobiliare adeguatamente identico all’abito è completamente stravolto e abbandonato alla notte. Le ombre e gli occhi gialli, sembianze antiche delle primordiali paure, sono comparse come fantasmi, piombati dall’oscurità per impedire di essere dimenticate. A breve o tra un po’, la protagonista si ridesterà e tutto questo sarà passato. Ma non sarà solo “un lontano ricordo” bensì un frammento di memoria divenuto cosciente, frammento che è comparso quando le difese della persona erano sufficientemente basse per non opporvi resistenza. Che cosa temeva realmente la nobildonna, cosa terrorizzava l’antico pallore al punto da spingere un corpo a distendersi sul letto quasi dovesse dominarne passivamente ogni angolo, seducendone in posa supina ogni lembo, colore sbiadito?

E i nostri invece? Quali sono le nostre paure e i desideri, quali quegli elementi imprescindibili che, al culmine del loro sublime valore, analogamente alle Idee platoniche inarrivabili, stentiamo a pronunciare per nome per il terrore di vederli realizzarsi davanti ai nostri occhi? Ci sono desideri, tremendi o incredibilmente meravigliosi, che si stenta a credere possano concretizzarsi. E per questo, consapevolmente o meno, ci si diverte a vederli comparire e giocare a nascondino, nei nostri sogni.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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