Giambattista Vico: il filosofo alla ricerca di una scienza della storia

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Giambattista Vico: il filosofo alla ricerca di una scienza della storiaGiambattista Vico nacque a Napoli il 23 giugno del 1668 da una famiglia di modeste condizioni. Frequentò la scuola dei Gesuiti dove intraprese da autodidatta lo studio della filosofia, in particolare la logica e la metafisica scolastica. Grazie a dei contatti con l’università napoletana, iniziò gli studi di giurisprudenza senza però concluderli. Dal 1686 al 1695 fu assunto come precettore presso una nobile famiglia del Cilento in cui concluse la formazione letteraria, filosofica e giuridica. Una volta tornato a Napoli trovò un clima culturale dominato dal cartesianesimo, ma l’interesse di Giambattista Vico virava specialmente verso le opere di Bacone. Nel 1699 ottenne la cattedra di retorica all’università di Napoli entrando a far parte della società culturale dell’Arcadia.

La prima opera di Giambattista Vico significativa dal punto di vista filosofico è Orazioni inaugurali, il discorso pronunciato all’inizio di ogni anno accademico, tra il 1699 e il 1708. Dopo che fu respinta la sua domanda di passare alla cattedra di giurisprudenza, più redditizia, si dedicò alla composizione della sua opera maggiore, la Scienza nuova, la cui prima edizione risale al 1725 in cui erano presenti anche i tre scritti precedenti, e fu pubblicata con il titolo Principii d’una scienza nuova d’intorno alla natura delle nazioni. Nel 1730 uscì una seconda edizione nota come Scienza nuova seconda; la terza, e definitiva edizione venne pubblicata nel 1744 con il titolo Scienza nuova terza, poco dopo la morte di Giambattista Vico, avvenuta il 23 gennaio dello stesso anno.

Entrando nel dettaglio della filosofia di Giambattista Vico, uno degli aspetti interessanti è la posizione contro il cartesianesimo e implicitamente anche contro la scienza moderna che aveva raggiunto il suo massimo sviluppo con Newton e Leibniz che matematizzarono la natura. Giambattista Vico, specialmente nelle prime sei Orazioni inaugurali esalta, per quanto riguarda la formazione, la cultura umanistica – quella retorica e letteraria – in contrapposizione a quella matematica-scientifica. Nel dettaglio sostiene che quest’ultima richiede una mente già sviluppata, pertanto non è adatta ai giovani che invece si stanno formando. A ciò si aggiunge il fatto che Giambattista Vico riteneva un’illusione, se non un inganno, il fatto di ridurre la natura in schemi matematici, come pretendeva di fare la scienza moderna. Scriveva che:

Dimostriamo le proposizioni geometriche perché le facciamo, se potessimo dimostrare quelle della fisica, le faremmo.

Giambattista Vico: il filosofo alla ricerca di una scienza della storiaCon questo intendeva dire che la matematica si regge su dimostrazioni rigorose perché le proposizioni prese ad oggetto sono costruite dall’uomo, anche se ha un valore puramente formale dal momento che non ci fa conoscere nessuna realtà essendo una costruzione della mente umana. Non vale la stessa cosa per la fisica dal momento che il suo oggetto, quindi la natura, non è costruita dall’uomo. Per quanto riguarda la posizione critica assunta nei confronti della filosofia cartesiana, Vico sostiene una metafisica di tipo tradizionale, quella platonica, secondo cui la materia deriva dalle idee eterne.

Vico è stato uno dei primi filosofi a sviluppare una teoria filosofica del linguaggio, specialmente nel De antiquissima Italorum sapienza in cui cerca di estrapolare elementi di una sapienza antica dalle etimologie delle parole latine. Emerge anche in questo caso come la cultura umanista per Vico fosse fonte di un sapere autentico e profondo. Uno degli esempi più eclatanti delle sue analisi etimologiche in quest’opera è quella da cui è tratta il famoso assioma «il vero è identico al fatto». In quest’analisi infatti Vico stabilisce l’equivalenza tra i termini verum e factum intendendo con questo una realtà prodotta da qualcuno. L’assioma pertanto viene interpretato nel senso che si può conoscere la verità solo di qualcosa che si è compiuto, ne consegue che può conoscere la verità solo chi fa quella medesima cosa. Su quest’idea si poggia quanto detto precedentemente: la matematica è una vera scienza (ma non una scienza della realtà), la fisica no proprio perché in questa noi non indaghiamo un oggetto di cui siamo gli artefici.

Giambattista Vico: il filosofo alla ricerca di una scienza della storiaNell’opera più importante la Scienza nuova Vico espone la cosiddetta scienza della storia che, al contrario della fisica, è una scienza nuova perché indaga le vicende umane e queste sono interamente costruite dall’uomo. È necessario però accertarsi dei fatti storici di ciò di cui si vuole indagare le cause e questo è un compito che spetta alla filologia che attraverso il linguaggio studia la vita, i costumi dei popoli, tutte realtà che Vico racchiude nella nozione di “certo”, da cui deriva che la filologia è una conoscenza del certo. Entra poi in gioco il ruolo della filosofia che deve spiegare i fatti che sono stati accertati dalla filologia. Dato che le cause scoperte dalla filosofia costituiscono ciò che Vico chiama il “vero”, ne consegue che la filosofia è conoscenza del vero. Tra due queste materie esiste un’interconnessione tale per cui non c’è scienza del certo se non se ne conoscono le cause, indagate dalla filosofia. C’è quindi la necessità di una sintesi tra il certo e il vero, Vico dice infatti che bisogna “inverare il vero” quindi ricondurre fatti particolari a leggi universali, e al contempo “accertare il vero” quindi ricostruire i fatti particolare a cui le quelle leggi si applicano.

Vico venne considerato un precursore dello storicismo data la concezione della storia come un processo dotato di senso in cui tutto viene governato dal leggi. In realtà, nonostante questo, l’intento di Vico non era tanto quello di trovare un senso immanente alla storia, ma quello di costruire una metafisica nuova in cui ci si basi sulla storia e non sull’ordine matematico della natura come pretendeva di fare la tradizione cartesiana.

Morì a Napoli il 23 gennaio 1744.

Vanessa Romani per MIfacciodiCultura

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