Quel Jean-Paul Sartre che rifiutò il premio Nobel per essere libero

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Quel Jean-Paul Sartre che rifiutò il premio Nobel per essere libero

L’Accademia di Stoccolma conferisce a Jean-Paul Sartre il premio Nobel per la letteratura il 22 ottobre 1964, ma egli lo rifiuta.

Lenti spesse, mocassini senza età e l’immancabile pipa: icona della Rive Gauche e dell’intellighenzia parigina. Sartre è stato uno dei più illustri rappresentanti dell’esistenzialismo, punto di riferimento per il moderno panorama culturale. Allergico ad onorificenze ed istituzioni, aveva già schivato il conferimento della Legione d’Onore nel 1945 e l’attribuzione del seggio al Collegio di Francia. Tali onori avrebbero alienato la sua libertà di pensiero.

Il suo regno si estendeva tra il café Flore dai Deux Magots, la brasserie Lipp, la chiesa di Saint-Germain-des-Prés e la libreria Gallimard. Frequentava i caffè, punto d’incontro con gli amici e di ispirazione per i suoi lavori. Era un uomo di strada e di folla.

Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre per gli amici J-P, fu filosofo, scrittore, drammaturgo e critico letterario francese. Umanista ateo, considerava ogni individuo libero e responsabile delle sue scelte. La solitudine porta l’individuo a comprendere che è egli stesso a dare un senso nobile ed alto alla propria esistenza. Consapevolezza che può portare anche ad esser nauseati di sé stessi e del mondo circostante.

Sartre metteva a nudo vergogne e vizi dell’uomo contemporaneo. Spiccava per la sua grande capacità d’analisi, scavava dall’interno i suoi personaggi realisticamente a tutto tondo ed inscatolati in un muro di impotenza che non lascia possibilità di riscatto. Le sue idee avevano il retrogusto politico, orientato verso la sinistra internazionale, in particolare l’ideologia marxista.
Influente nelle dinamiche culturali, amato e criticato allo stesso tempo, divise con Simone de Beauvoir, conosciuta nel 1929 all’École Normale Supérieure, la propria vita sentimentale e professionale, pur avendo entrambi altre relazioni contemporanee. Vantò collaborazioni con numerosi intellettuali, come Albert Camus e Bertrand Russell, con cui fondò l’organizzazione per i diritti umani.

Sartre era un uomo di piccola statura, passi corti, la testa affondata nel collo di montone del suo storico cappotto, occhi strabici, sembra che non amasse molto lavarsi. Poco passionale con le amanti, lo uccise il vizio per l’alcol. Era, però, una mente brillante, studioso con grande curiosità, in lui una cultura enciclopedica. Voleva cancellare le frontiere tra le varie discipline (filosofia, psicoanalisi e letteratura), ma anche tra i continenti, i popoli e le classi. Si guadagnò l’appellativo di “iena dattilografa” dal Partito Comunista Francese quando affermò che anche in Russia c’erano i campi di concentramento.

Il papà di Roquentin scandalizzò non poco la Francia con il suo rifiuto al Nobel, scelta che gli costò molte critiche e accuse. Sartre era, infatti, così alla moda, che alle sue conferenze la gente sveniva nella calca. Rappresentava parte della coscienza politica del secolo, perché «un ragazzo senza importanza collettiva, è, semplicemente, un individuo», eppure voleva rimanere svincolato da qualsiasi formalità.

Bernard Shaw venne insignito del Nobel nel 1925 ed inizialmente lo rifiutò, poi decise di accettare l’onorificenza ed investire i soldi del premio per le traduzioni dallo svedese. Boris Pasternak se avesse ritirato l’onorificenza non sarebbe più stato ammesso in URSS e le sue proprietà sarebbero state confiscate. Perseguitato ugualmente, decise di accettarla in seguito. Sartre fu l’unico a rinunciare totalmente a qualsiasi tipo di riconoscimento sia per posizione politica (un filo sovietico non poteva essere “comprato” con un premio occidentale), sia per non essere inquadrabile dentro i canoni di un’istituzione.

O uno accetta il premio e con i soldi può supportare quelle organizzazioni e quei movimenti che considera importanti — e i miei pensieri vanno al comitato londinese contro l’Apartheid. Oppure uno rifiuta il premio sulla base di prodigi principi, e in questo modo priva quei movimenti di tutto il supporto di cui necessitano disperatamente. Ma credo che questo sia un falso problema. Ovviamente rinuncio alle 250 mila corone svedesi perché non desidero essere istituzionalizzato né a Est né a Ovest. D’altra parte a una persona non può essere chiesto di rinunciare, per 250 mila corone, a quei principi che non sono solo suoi, ma sono condivisi da tutti i suoi compagni. Questo è ciò che ha reso così doloroso per me sia l’assegnazione del premio che il rifiuto che ora sono obbligato a fare.

Lo scrittore svedese Lars Gyllensten (aveva partecipato ai conferimenti dei Nobel) testimoniò che Sartre undici anni dopo aveva fatto domanda all’Accademia per ottenere l’assegno non ritirato (diario di memorie Gyllensten). Sembra che negli anni J-P avesse maturato l’idea di destinare il denaro ad un’iniziativa umanitaria, ma la sua domanda fu rifiutata. A ben vedere, il cospicuo premio in denaro, oggi l’equivalente di circa 900mila euro, avrebbe potuto fare la differenza per la vita di molte persone bisognose ed essere un sostegno per la cultura.

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MifacciodiCultura

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