Aspettando Godot: Mondiali di calcio femminili, un’occasione di sport&spettacolo e razzismo&sessismo

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La parte becera d’Italia non ha perso l’occasione: che era ghiotta, perché consentiva di confermare di fronte all’universo mondo che siamo una nazione (vabbè, è una parola grossa) in pieno regresso etico ed intellettuale. I mondiali di calcio femminili erano un’occasione troppo ghiotta: hanno permesso alle risorse analfa-funzionali di unire commenti razzisti e sessisti, conditi dalla dimostrazione della totale incapacità di valutare sensatamente il fatto, di valenza scientifica, che non è possibile paragonare tra loro unità di misura diverse, non commisurabili tra loro.

I non sequitur non si sono fatti pregare: le donne sono fisiologicamente diverse (non vi sfugge nulla, eh, geniacci?), quindi non dovrebbero giocare a calcio; quindi le loro esibizioni sono meno spettacolari, quindi le loro prestazioni sono meno rilevanti. È da molto che riteniamo che prese di posizioni concettuali figlie dell’effetto Dunning-Kruger non siano degne di commento, e quindi non andremo oltre: del resto, anche il silenzio dà una risposta a tutto. Del resto, stiamo forse parlando di sport? Ormai da lustri abbiamo a che fare solo ed esclusivamente con un entertaiment mascherato da sport, lo sportainment appunto, in cui il gesto ed il valore atletico hanno perso qualsiasi valenza allegorica, per essere solo un brillante errore, un fraintendimento ed una giustificazione per tanto artefatto entusiasmo.

I razzisti han trovato modo per polemizzare per la capitana in primo piano

Ma i mondiali di calcio femminili hanno dato a quella metà di razzisti e sessisti che compongono il sostrato culturale italico la possibilità di esibirsi anche in commenti razzisti appunto: complice il colore della pelle del capitano (horribile dictu et visu, han detto costoro: vabbè, circa. Che poi, è una roba da professoroni), tale Sara Gama: nata a Trieste, quella città che molti difensori dell’italianità ritengono limitrofa a Trento (ma è in Italia?), da mamma triestina e padre congolese. Ovviamente, quel tot di melanina in più rispetto alla media (ma quale?) ha fatto sì che la posizione dei sovranisti sia riassumibile, e lo sia effettivamente stata, in un Ma come fa ad essere italiana? che, nel suo piccolo, è un esempio mirabile di sintesi: dell’insipienza, ma sempre sintesi è, e pure mirabile.

Non c’è un reale bisogno di commentare cotanta pochezza morale ed intellettuale, sia nel caso delle posizioni razziste che di quelle sessiste: color i quali sfruttano la possibilità descritta da Umberto Eco di palesare al mondo la propria frustrazione imbelle non cambieranno certo opinione per il nostro commento, e coloro i quali ne vedono la miseria non farebbero altro che vedersi confermati nel loro essere dalla parte della ragione. È meglio allora che sfruttiamo l’occasione di questi mondiali di calcio femminili per sottolineare che si tratta di un’occasione persa – ma non è grave – dall’universo femminile per diversificarsi dalla povertà di quello maschile.

Troppa esultanza, critiche agli USA

Ne sia esempio l’esultanza delle giocatrici statunitensi anche per gli ultimi gol del 13-0 con cui le favorite giocatrici stars&stripes hanno battuto la Thailandia. Con i dovuti distinguo e le doverose eccezioni, anche le giocatrici non si esimono dal maramaldeggiare. E dal giocare da professioniste. Intendiamoci, la Thailandia non avrebbe verosimilmente fatto diversamente, se ne avesse avuto l’occasione. Ed è in questo che vediamo realizzare la parità dei sessi, purtroppo: nel reclamare ed ottenere, ad esempio, l’accesso paritetico ad un mondo aberrante come quello dello sport professionistico, appetibile non per la possibilità del gioco-sport in sé, ma per tutto il contorno di paillettes e polvere di stelle. Per ottenere un tanto, Homo homini lupus, ed ora Mulier mulieri lupa, per intenderci quella donna che viene via dal meeting stronza come un uomo.

E lo sport professionistico lo è, aberrante: in un mondo ideale non sarebbe così, ma questo è, ci sembra, ancora un mondo in cui l’abuso socioeconomico è la realtà dominante. Ma siamo sofferenti di questo scotoma morale, per cui troviamo perfettamente logico dichiarare illegale la carità in quanto ridotti alla mera sopravvivenza e sbandierare orgogliosamente gli stipendi erogati al mercenario pallonistico di turno.

E I mondiali di calcio femminili, a noi che ci sediamo sempre dalla parte del torto, sarebbero piaciuti se fossero stata un’occasione di sport anziché di sportainment; ci piacerebbe una voce fuori dal coro, che rifiuti il principio dello sport professionistico anziché un coro greco che anela l’ingresso con tutti gli onori in esso, in questo rich man’s world davvero divertente. Ci sarebbe insomma interessato un quid di questi mondiali di calcio femminile se fossero stati un’occasione colta per mostrare come il mondo potrebbe essere se veramente declinato al femminile. Che le donne possano fare quello che fanno gli uomini, dando prova di sé come attrici di sportainment compreso, non è per noi in discussione. Nel bene e nel male.

Il loro compito, ingrato certamente, dovrebbe essere quello di mostrarci come essere migliori di noi stessi.

Aspettiamo fiduciosi.

Credo che le donne siano pazze a pensare di essere uguali agli uomini. Sono di molto superiori, da sempre.

William Golding

 Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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