Paolo Uccello: pittore d’eccezione tra prospettiva e fiaba

0 2.304
Paolo Uccello
Paolo Uccello, Monumento equestre a Giovanni Acuto, 1436, Firenze

Seppur relegato dagli storici dell’arte in second’ordine, Paolo Uccello (Pratovecchio 15 giugno 1397 – Firenze 10 dicembre 1475), pseudonimo di Paolo di Dono, fu protagonista della scena artistica fiorentina della metà del XV secolo. È stato uno degli artisti italiani che ha vissuto e testimoniato quel particolare passaggio culturale che va dalla fine dell’arte Tardo gotica all’inizio del Rinascimento, facendo i suoi primi passi nel mondo dell’arte attraverso l’esperienza maturata nella bottega del Ghiberti.

Infatti, ad appena dieci anni, dal 1407 al 1414, insieme ad altri futuri grandi artisti quali Donatello, entrò nella bottega del Ghiberti, impegnato allora nella realizzazione della porta nord del Battistero di Firenze. Ma delle sue prime opere si sa relativamente poco o perché perdute o perché improntate a un gusto gotico tradizionale che si fa fatica ad abbinare ai lavori della maturità. L’inizio della svolta avvenne a Venezia dove lavorò nel 1425 alla realizzazione del mosaico di San Pietro ( ormai perduto ) sulla facciata della Basilica di San Marco. Al suo ritorno a Firenze rimase talmente affascinato dalla scoperta della prospettiva in pittura, che il Vasari nelle Vite, racconta che Paolo Uccello «non ebbe altro diletto che d’investigare alcune cose di prospettiva difficili e impossibili», sottolineando il suo tratto distintivo ovvero l’ossessione maniacale per la costruzione prospettica.

Paolo Uccello, studio di vaso in prospettiva

È proprio nella cattedrale di Firenze che Paolo Uccello diede sfoggio della sua tecnica, realizzando il Monumento equestre a Giovanni Acuto che celebrava il condottiero inglese, trionfatore nelle guerre per Firenze. L’affresco mostra un monumento equestre ispirato alla statua di Marco Aurelio a Roma, ed è eseguito a monocromo per dare l’impressione di una statua bronzea. Il tutto è impostato secondo due piani prospettici, uno per la base, scorciato dal basso, e uno frontale per il cavallo e il cavaliere, che rendono la rappresentazione irreale ed enigmatica. La figura risulta curata, ben trattata volumetricamente tramite un’abile stesura di luci ed ombre, resa con un realismo analitico che da all’insieme un effetto di raffinata astrazione e ancor più l’idea di trovarsi di fronte a un condottiero ideale e non reale.

Nelle sue composizioni, Paolo Uccello ha inserito la raffinatezza e la grazia delle figure del Trecento all’interno di schemi prospettivi che rendono le sue opere complesse da decifrare come si può notare nel suo capolavoro più celebre, La battaglia di San Romano. Qui l’artista volle raffigurare tre episodi della battaglia tenutasi nel 1432 tra fiorentini e senesi, in un trittico, oggi smembrato tra la National Gallery, gli Uffizi e il Louvre. Il pannello centrale, conservato a Firenze, raffigura il comandante senese Bernardino della Ciarda che viene sconfitto dai fiorentini e disarcionato dal cavallo. Nonostante la composizione risulti molto affollata, l’atmosfera è alquanto irreale e i cavalieri sembrano dei manichini. C’è un voluto scopo di astrazione, di raffigurazione mentale nella contrapposizione tra i particolari bellici fantasiosi e la tavolozza cromatica, ma nel contempo la cura che Uccello pone nel riprodurre fedelmente le armi e le armature ha del maniacale.

Paolo Uccello, San Giorgio e il drago, 1470, National Gallery

Una delle ultime opere risulta essere San Giorgio e il drago che testimonia la continua e assillante ricerca prospettica. Lo scontro tra il drago e il santo è infatti proiettato verso l’esterno, l’atmosfera tempestosa conferisce un alone di mistero e al tempo stesso di irrealtà. San Giorgio risulta congelato come i suoi pari precedenti, mentre il mostro, già vinto, allarga le ali come un segno di resa, scoprendo su di esso contrassegni che lo fanno somigliare più a un velivolo che a una creatura demoniaca.

Paolo Uccello raggiunse nel corso della sua ricerca i risultati più vari: monumentali e fiabeschi, drammatici e astratti, che nel ‘900 hanno fatto ravvisare analogie sia con il cubismo sia con il surrealismo. Checché se ne dica, rimane incontestabile il fatto che Paolo Uccello rappresenti un caso più unico che raro, e si merita, proprio per la sua singolarità, il titolo di grande pittore d’eccezione.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.