Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra: tra commozione, malinconie e rivincite il calcio è metafora

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Anche il lettore meno intuitivo può facilmente capire che Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra è un libro che parla di calcio, complice anche la copertina dell’edizione italiana, firmata Fazi Editore. In effetti, apparentemente è proprio così, e la Coppa d’Inghilterra è una competizione calcistica, dalla struttura peculiare, che lascia effettivamente adito a sporadiche sorprese anche clamorose: come quella narrata nel romanzo di James Hoyd Carr che narra come una incredibile serie di eventi, circostanze e persone consenta ad una squadra di dilettanti assoluti di vincere la più importante competizione del calcio professionistico britannico.

Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra parla davvero di calcio? Formalmente, sì. Ma Fazi ci sta abituando a scelte editoriali che privilegiano opere che consentono più piani di lettura, e il romanzo di Carr non è una biografia di qualche campione, la storia di una competizione, la cronaca di un evento sportivo ancorché clamoroso: è un romanzo, con tutte le conseguenze del caso. Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra, in effetti, non parla di calcio più di quanto la Leggenda di Bagger Vance parli di golf: in entrambi i casi si tratta di capolavori, e naturalmente in entrambi i casi si parla, sostanzialmente, di persone, che solo accidentalmente giocano a golf. O a calcio, evidentemente.

E ciò che è successo è accaduto perché tre, forse quattro uomini notevoli si trovavano per caso nello stesso posto nello stesso momento.

Che, se ci pensate bene, è il motivo per cui accade la maggior parte degli eventi insoliti. Alla fine tutto si riduce a questo: erano lì.

Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra è un romanzo che ha una filosofia di vita, una visione etica e un approccio umanistico, e questo ne fa, senza ombra di dubbio, un capolavoro. Per giunta, un capolavoro scritto meravigliosamente, con lo stile della bella scrittura di altri tempi (l’autore, James Hoyd Carr, nacque nel 1912 e purtroppo scomparve nel 1994, mentre la prima edizione del romanzo è del 1975), sintatticamente equilibrata senza esibizionismi – molto inglese, invero – lessicalmente varia e creativa, caratteristica quest’ultima al servizio di un inconfondibile humour inglese che pervade sia la struttura che la definizione dei personaggi, secondo un aplomb che fu di Jerome ed è tuttora di Bennett.

Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra manca di tutte le cinque “W”: come in un episodio del tenente Colombo, tutto quello che è ignoto al lettore è il “Come” che apre il titolo: palese il perché, noto il finale, cioè cosa, dove e chi, è subito svelato – grossomodo, ma non importa – anche il quando, un’epoca in cui il professionismo non era esasperato, e larghe fette della popolazione viveva secondo altri ritmi ed altri valori. Anche noi non amiamo il calcio, come alcuni dei protagonisti di Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra: o meglio, non amiamo lo sport professionistico e le aberrazioni, tra cui il divismo, che esso comporta.

Ma Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra, nella sua parte calcistica, narra di un calcio di altri tempi, non proprio di prima del motore ma quasi, che poteva essere ancora fatto di amicizia, stima, passione ed impegno; per il resto, è un affresco, o meglio un trittico: la società moderna da un lato, una vita da amore mio di provincia che va estinguendosi, ed infine a completare l’opera uno sguardo disincantato e malinconico sulla natura umana, con tutte le sue debolezze ed i suoi enormi limiti, primi fra tutti quelli del pensiero: «era davvero un pensiero solenne. Per misericordia, alla maggior parte di noi sono risparmiati simili interrogativi spirituali».

Senza scomodare triti paragoni biblici, Carr compone la versione pacifica ed ironica di Rocky Balboa, assecondando in questo l’incoercibile tendenza della maggior parte di noi a schierarsi dalla parte del più debole (almeno, fino a che la cosa non lo tocca personalmente, o così gli viene fatto credere); così, naturalmente, accade alla squadra dello Steeple Sinderby Wanderers, che lentamente ma inesorabilmente si trova al centro di un’attenzione e di un amore inusitati, che all’epoca si esplicano in sacchi e sacchi di lettere che vengono vagliate dal narratore, che in effetti è un doppio narratore, essendo l’agiografo delle squadra, l’equivalente dei biografi che un tempo vagavano coi grandi personaggi per annotarne le gesta in presa diretta.

«Per la maggior parte però si trattava di lettere di gente che chiedeva consolazione o invocava aiuto per i propri problemi personali, che non avevano proprio niente a che fare con il calcio. In realtà, più leggevo e più mi rendevo conto… di quanta gente non conosca anima viva a cui aggrapparsi per trovare sollievo. E così si aggrappano a qualunque nome o essere umano di cui sentono parlare in televisione o sui giornali».

E quella che porta a sostenere Rocky, e gli Steeple Sinderby Wanderers, non è bontà d’animo o empatia, ma necessità di immedesimazione e rivincita: sentimenti comune a tutti noi svantaggiati, a tutti quei giocatori tristi che non hanno vinto mai – se è successo a lui, a loro, potrebbe succedere anche a me, se solo, se solo, se solo…

Tutto ciò, ed altro ancora ovviamente, fa di Come i Wanderers vinsero la Coppa d’Inghilterra un romanzo indimenticabile (e ne farebbe un film eccellente, magari con Hugh Grant come protagonista), straordinariamente profondo, affascinante e triste, con un finale imperniato sull’accoppiata Ricordo&Rimpianto. Alla fine, si rimane con il dubbio di quale sia effettivamente il color giallo ranuncolo stinto, quelle delle maglie con cui i Wanderers vincono la Coppa d’Inghilterra, ed un altro, bellissimo, testimonianza della bravura di James Hoyd Carr, che va contro ogni logica ed evidenza.

Ma non è che gli Steeple Sinderby Wanderers, l’hanno vinta davvero, la Coppa d’Inghilterra?

A noi, piace pensare di sì.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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