Di paura il cor compunto – Il piacere e la paura nella poesia di Leopardi

0 2.173

Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837), poeta e filosofo, fu un fine indagatore dell’animo umano, con le sue passioni ed inclinazioni: passando per la propria interiorità, studiò infatti le fantasie (L’infinito), gli slanci amorosi (Pensiero dominante), il senso di solitudine (Passero solitario), la disillusione (La ginestra) tipiche dell’uomo. In un componimento poco conosciuto dei Canti, il trentanovesimo, intitolato Spento il diurno raggio, Leopardi si occupa invece della paura umana.

Leopardi

Spento il diurno raggio narra la storia di una donna che, dopo il tramonto (ovvero, come dice il titolo, «Spento il diurno raggio in occidente», quando i raggi del sole si spengono a ovest), esce per andare ad incontrare il suo amante. La protagonista si dimostra determinata e coraggiosa: a quella tarda ora, da sola va incontro al proprio destino («Sola tenea la taciturna via»). L’incontro si svolge all’aperto, forse nella radura di un bosco («Gli arbori ch’a quel loco eran ghirlanda»), e in lontananza si vede il mare («limpido il mar da lungi»). Inizialmente, il paesaggio (che ricorda proprio le terre marchigiane) è idilliaco, in armonia con l’animo eccitato e felice della donna, che anela alle gioie dell’amore:

Se lieta fosse, è van che tu dimande:
Piacer prendea di quella vista, e il bene
Che il cor le prometteva era più grande.

Il poeta non si sofferma sull’incontro tra i due, che sembra svolgersi tranquillamente, come possiamo dedurre dalle parole: «Come fuggiste, o belle ore serene!»; queste parole, tuttavia, potrebbero riferirsi tout court alla passeggiata solitaria della protagonista, felice e forte della propria indipendenza. Il verso citato, in ogni caso, prepara il passaggio alla svolta segnata dalla terzina successiva, la più suggestiva del componimento:

Ecco turbar la notte, e farsi oscura
La sembianza del ciel, ch’era sì bella,
E il piacere in colei farsi paura.

Leopardi

Fino a quel momento, la donna era stata vezzeggiata dal chiarore della luna, dal canto dell’usignolo, dal vento molle sul volto, quasi che l’amore avesse trasfigurato tutto l’ambiente circostante. Improvvisamente, però, la notte svela il suo volto più minaccioso, e la donna, dopo aver conosciuto, in un breve lasso di tempo, la gioia, si ritrova in balìa del terrore.
Il poeta descrive con immagini e con suoni allitteranti la tremenda tempesta che si avvicina («Un nugol torbo, padre di procella / Sorgea di dietro ai monti») e poi si abbatte sulla protagonista. Il terrore le fa tremare le gambe (anzi, “sciogliere” le ginocchia: «Discior sentia la misera i ginocchi»), ma finalmente la donna si decide a fuggire. Della fuga spaventata Leopardi traccia un’icastica descrizione in questi versi, che ci mostrano la protagonista con gli abiti scomposti dalla corsa e i capelli scompigliati dal vento:

Talvolta ella ristava, e l’aer tetro
Guardava sbigottita, e poi correa,
Sì che i panni e le chiome ivano addietro.

Quello che sembrava il racconto di un felice incontro amoroso si è così trasformato in un orrendo incubo, da cui la donna non riesce a uscire, cercando di muoversi a fatica controvento («E il duro vento col petto rompea»), mentre il suo volto è martoriato dall’acqua gelida.
Tutte le immagini di bufera, di oscurità, di gelo, nonché la stessa figura dell’individuo solitario che si muove in un bosco buio, rimandano con chiarezza all’apertura dell’Inferno dantesco: buona parte delle rappresentazioni della paura nella letteratura italiana sembra non a caso derivare da questo illustre archetipo. Alcuni versi sembrano riprenderne letteralmente l’incipit: «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura» riecheggia nel verso «Si ritrovò nel mezzo ad una landa».

Jakob Philipp Hackert, Ideallandschaft im Gewitter (1767)

Cosa può rappresentare quell’improvviso cambiamento della situazione, da serena e idilliaca a tremenda e orrorifica? Da una solitudine orgogliosa a una solitudine angosciosa? Il poeta non dà alcun indizio; è il lettore a dover interpretare il temporale che sorprende improvvisamente la donna. È forse la punizione per il suo peccato di lussuria? D’altronde, nell’Inferno dantesco il contrappasso dei lussuriosi corrisponde all’essere trascinati da un vento impetuoso e inarrestabile per l’eternità. Oppure, la tempesta rappresenta le paure intime mai confessate della donna? Ad esempio, quella di essere abbandonata dall’amante, o di restare sola, o ancora di non avere nessuno su cui contare? D’altra parte, tutta la scena potrebbe non essere altro che un affresco metaforico della caduca condizione umana, secondo un topos caro al Leopardi: le ore liete scorrono in un baleno, mentre il tempo della sofferenza è lungo e interminabile (proporzione tra l’altro rispettata nel componimento: la descrizione della gioia occupa lo spazio di pochissimi versi, mentre ampio e prolisso è l’indugiare sulla funesta bufera).
Ma dove si conclude la fuga disperata della protagonista? In uno spaventoso lampo:

Ma nella vista ancor l’era il baleno
Ardendo sì, ch’alfin dallo spavento
Fermò l’andare, e il cor le venne meno.

A quel punto, ella si volta indietro. Eppure, non c’è più nulla: né lampi, né suoni, né vento; insomma, più nessuna percezione, né visiva, né uditiva, né tattile: il completo Nulla. E cosa resta all’individuo, quando incontra il Nulla? Nient’altro, se non il perire:

Taceva il tutto; ed ella era di pietra.

Leopardi, in questo componimento, riesce magistralmente nell’impresa di introdurre il discorso filosofico in quello lirico. Difatti, concludendo la poesia, il lettore scopre che il vero incontro per cui si doveva preparare la donna non era fisico, bensì metafisico; non era tanto, dunque, l’incontro rapido e fuggevole con l’amante, quanto quello definitivo con il Nulla eterno.

Arianna Capirossi per #MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.