Fernando Pessoa, il fascino del mistero e la poetica della spersonalizzazione

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pessoa (1)Parlare dello scrittore, del poeta, dell’aforista portoghese Fernando Pessoa, tra i più famosi nella letteratura europea del secolo scorso, non è così semplice, specialmente se conserviamo frasi dello stesso autore di questo genere: «Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia, non c’è niente di più semplice. Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte. Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei».
Per l’appunto, incominciamo dalle date: 13 giugno 1888 a Lisbona l’alfa, 30 novembre 1935 sempre nella città natale l’omega, a causa di problemi epatici. In questo frangente, l’ultimo verso autografo che ci lasciò fu «I know not what tomorrow will bring».
Evidentemente come molti artisti, adorava avere attorno a sé un alone di mistero a proposito della sua personalità, sempre in bilico tra l’essere lodati e detestati.

Della sua carriera non si può escludere il lato pratico: il lavoro nel mondo del commercio, della pubblicità, del giornalismo. Certamente la conoscenza molto buona della lingua inglese, per il fatto di aver trascorso l’infanzia e la giovinezza in Sudafrica dopo la morte del padre e dopo il secondo matrimonio della madre, lo portò a ottenere molti vantaggi nel mondo delle lettere.

La concezione poetica di Pessoa è molto particolare e complessa: egli contemplava, nella sua esistenza, una serie di figure che vivevano parallelamente a lui, insieme a lui, in lui. Con tali uomini era in continuo dialogo, li considerava parte integrante di se stesso, gli eteronomi da sé (ortonimo). Perciò in maniera più ampia si equiparava all’intera letteratura, non invece semplicemente un autore fra tanti. Il tutto non fa che alimentare il caos nella sua mente, e non solo, anche sulla pagina.
Tra le sue opere più celebri citiamo Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, Il banchiere anarchico, Le poesie di Alberto Caeiro, Poesie esoteriche.

Eppure è proprio dalla sua unicità che deriva il suo fascino.
Evidentemente Pessoa voleva farsi portavoce di una realtà, di un universo ritenuto inafferrabile. La frammentarietà dell’io gli era più che nota, da quanto deduciamo, così anche, di conseguenza, la scissione interna alla società, il conflitto che l’uomo è costretto ad affrontare durante la sua vita: perché di fatto tutti i suoi eteronomi (se ne stimano una cinquantina circa all’interno dell’opera poetica) non sono altro che contrasto e pluridimensionalità.

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José de Almada-Negreiros, Ritratto di Fernando Pessoa (1954)

Anche nella nostra letteratura nazionale il tema dello sdoppiamento, della spersonalizzazione non è certo irrilevante: basti pensare a uno dei massimi intellettuali del secolo scorso, Luigi Pirandello, autore siciliano creatore, tra le tante opere, di Il fu Mattia Pascal (l’inganno sull’identità), Uno nessuno centomila (i mille volti delle maschere che invadono la vita quotidiana), Sei personaggi in cerca d’autore (nemmeno nel mondo del teatro le maschere riescono a trovare la dimensione perfetta).

Le vite degli alter ego si incrociano e si influenzano reciprocamente e continuamente, sono rinascite e vittime allo stesso tempo. Ma quello che sconcerta di più, a primo impatto, è che queste anime siano schedate fisicamente, come fossero persone in carne e ossa: hanno fisionomia, carta d’identità, professione, religione, carattere e stile di vita propri. Il caso vuole che il significato originale dal latino di persona fosse maschera, come se Fernando Pessoa si mescolasse tra le sue altre identità, come se non conoscesse la propria o la conoscesse troppo da potervi giocare con essa. Addirittura lo scrittore portoghese si riduceva a firmare i suoi stessi componimenti con i nomi degli eteronimi.

Insomma, il suo vivere era un «sentire tutto in tutte le maniere, / vivere tutto da tutti i lati, / essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo / realizzare in sé tutta l’umanità di tutti i momenti / in un solo momento diffuso, profuso, completo e distante».

Altro che le maschere dei social attuali, altro che lo sdoppiamento virtuale.

Per fare un confronto in ambito letterario, se Pessoa è il poeta dal volto indecifrabile della poesia portoghese e non solo, Walt Whitman è il poeta del giorno e della notte, della vita e della morte, dell’amore e dell’ostilità, del corpo e dell’anima della nazione americana. Anche lui, uomo dalle mille facce, dalle mille personalità, amico di tutti gli uomini e di tutte le donne, di tutta la natura. Ma se Pessoa tende a mitigare questo aspetto, in qualche modo tenendo la distanza nello scrivere, Whitman al contrario non mostra alcuna reticenza: sceglie l’enfasi come via espressiva. L’esaltazione perenne di se stesso, del mondo e dei sensi.

Nonostante Fernando Pessoa ci avvolga con la sua malinconia, con la sua passione, con la sua commovente liricità, con la sua menzogna artistica, ci lascia un monito che tutt’altro sarebbe da sottovalutare:

Per quanto ci spogliamo di ciò che abbiamo indossato, non raggiungiamo mai la nudità, perché la nudità è un fenomeno dell’anima, e non un togliersi il vestito.

Forse lo sapeva anche lui, eteronomi a parte, che anche portando tutte le maschere del mondo, siamo comunque carne e ossa, e abbiamo sempre bisogno di qualche velo per coprire, celare e proteggere la nostra essenza più profonda.

Detto ciò, Pessoa probabilmente voleva nascondere ai più la sua irrimediabile inquietudine, il suo dolore, un dolore fisico e interiore che cercava di esorcizzare con l’alcool, che però lo distrusse. Eppure tramite i suoi versi continuò a fingere su quello che sentiva, per mantenere il suo status di poeta del mistero e della spersonalizzazione.

Vi proponiamo qui sotto il testo della canzone Le lettere d’amore scritta da Roberto Vecchioni, ispirata a Fernando Pessoa.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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