Legittima difesa, quando legge ed etica divergono governano paura ed incertezza

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Il ladro di cavalli non era lui, ma fu impiccato per comodità (Canzone per Sergio, Vecchioni). Succedeva così. Succede così, quando quello che conta è il concetto, come dicono gli analfabeti funzionali, quelli che diffondono le fake news per fare politica, al grido di forse non è così ma potrebbe. È tutto collegato. Anche la fraintesa legge sulla difesa personale, la legittima difesa. Fraintesa davvero e volutamente fraintesa, soprattutto. Tanto poi si aggiusta tutto, come sempre fu dai tempi dell’azzeccagarbugli. La legge sulla legittima difesa non è nulla di speciale, in un paese dove le norme sono fatte per non essere chiare, e quindi lasciare adito alle interpretazioni ad personam.

La satira sembra avere centrato il nocciolo della questione sulla nuova legge

Gli italiani sono un popolo di pecore che sognano di diventare lupo, motivo per il quale da noi proliferano dittatori e dittatorelli, mafia e corruzione elevate a sistema. Non un popolo che vuole regole certe, se non per l’altro-da-sé, ma che vuole poter costituire l’eccezione alla regola. In quest’ottica, e solo in quest’ottica, vanno comprese le miriadi di “prese di posizione” giustizialiste che liquidano la morte di questo o quel ladro ad opera di questo o quell’irreprensibile cittadino con arma regolarmente detenuta: «uno in meno che delinque». Quello che è chiaro, è che si è cercato di abolire ogni proporzionalità tra reato commesso e pena comminata: il dato del boom di licenze per porto d’armi “sportivo” attesta il senso reale che una moltitudine di italiani ha attribuito alla legge sulla legittima difesa: un’occasione per provare il brivido dell’autodifesa.

Ma fatemi capire: vi va davvero bene la pena di morte per il furto? Sommaria? Ci può anche stare: per i ladri di cavalli, appunto, c’era l’impiccagione al primo albero utile; c’era un motivo, non umanistico ma con un fondamento logico.  Ma allora la dobbiamo applicare anche all’evasione fiscale, al parcheggio sul posto dei disabili, e quando la commessa ti dà il resto sbagliato al supermercato. Va bene così? Andiamo? «Non prendiamoci in giro: con la legge sulla legittima difesa è stata inaugurata la pena di morte fai-da-te. Vi ricordate quando eravamo un paese civile?», recita un meme di Cesare di Trocchio che gira in questi giorni sul web, esempio di sintesi della situazione.

La nuova visione del futuro secondo Altan

Uno in meno che delinque. Liquidati in un attimo Victor Hugo, e Beccaria, il giorno di un condannato a morte assieme a Dei delitti e delle pene. Cassiamo pure il concetto di pena commisurato al delitto, rimane solo quello di certezza della pena. Massima, sempre. A potersi illudere che coloro i quali sostengono cotanta assurdità siano attenti lettori, si potrebbe credere che si rifacciano ad un’opera distopica ante litteram: quel piccolo capolavoro che è Nella Colonia Penale di Franz Kafka. Nel 1914, lo scrittore boemo immaginò, o forse sarebbe meglio dire vide, un istituto di pena nel quale ogni sia pur minima mancanza viene punita con la morte. La sentenza viene eseguita in maniera diabolicamente crudele e contorta: un macchinario, elaborato dal vecchio comandante dell’istituto, che incide nella schiena del condannato la sentenza di condanna con un complesso sistema di aghi e una calligrafia barocca e contorta, fino alla morte dell’uomo che coincide con la “comprensione” per lo stesso della sua colpa. «Qui riposa il vecchio comandante. I suoi seguaci, che ora non possono portare nessun nome, gli hanno scavato questa tomba e posto la pietra. Esiste una profezia secondo la quale il comandante dopo un determinato numero di anni risorgerà e da questa casa condurrà i suoi seguaci alla riconquista della colonia. Credere e attendere!».

La grammatica evidentemente non serve a protezione

Nella Colonia Penale è un racconto inquietante: per la disumanità dell’idea che ogni colpa possa venire punita con la pena capitale, ma anche perché ad un tale ragionamento è sotteso il fatto che qualsiasi comportamento difforme da una regola non scritta possa venir considerata una colpa. E sconvolge l’ipocrisia con la quale si pretende che la pena di morte possa avere un intendo “didattico” nei confronti del condannato stesso. Ma se il racconto di Kafka è inquietante, la realtà che stiamo vivendo lo è di più, ovviamente.

Perché stiamo vivendo l’avvento di una nuova distopia, in cui propaganda, odio, paura, violenza, ignoranza, giustizialismo, abusi, sono le nuove virtù e gli opposti assurgono finalmente a vizi capitali: complice la Stupidità, benedizione dell’uomo felice tranne che per un aspetto. Ossia, la paura del diverso, di ciò che non si conosce e non capisce, assioma di ogni xeno-fobia: non è certo un caso che fascionazismi et similia sono tutti caratterizzati dalla stupidità e dalla codardia. Che vediamo proliferare: il “diverso” viene assalito a gruppi, gli viene sparato benché disarmato: quello che conta è la nostra percezione del pericolo, il nostro giudizio su ciò che è morale o etico, la nostra valutazione su ciò che è umano e importante e su chi è subumano e sopprimibile – meglio se con tanto di show.

La nostra paura. Il nostro grave turbamento.

E c’è da averne, di paura, a vivere in un Paese così. Come in una colonia penale.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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