I grandi saggi – Contro il fascismo, le parole di Giacomo Matteotti per un confronto sinottico

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«Si può dire che in questo momento di subbuglio, di violenza, nulla subisca maggiore violenza quanto la verità, quanto l’esposizione veritiera dei fatti». Sembra uno dei tanti post che cercano di biasimare in modo brillante i tempora ed i mores del nostro momento storico; i più riconoscono grossomodo la citazione tratta dalla fattoria degli animali di George Orwell, troppo spesso alterata o peggio spacciata per propria dal cialtrone di turno. Invece, la citazione di apertura è di Giacomo Matteotti. 1921, quando il deputato socialista osò prendere la parola contro il regime fascista. Il discorso, che abbiamo già citato, è contenuto in un volumetto edito da Garzanti, intitolato Contro il fascismo, che comprende anche il discorso del 30 maggio 1924 con cui Matteotti denunciò i brogli elettorali fascisti, alla fine del quale pronunciò un’altra frase storica: «Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me».

Fu facile profeta di sventura, Matteotti, che morirà per mano di un commando fascista il 10 giugno 1924. Novantacinque anni fa, ieri. E sembra ieri, davvero. Naturalmente, dal punto di vista strettamente letterario questo Contro il fascismo non ci colpisce particolarmente, nonostante l’enorme valore di Matteotti come uomo, come politico, giurista e giornalista: abbiamo, qui, una trascrizione di discorsi, dei quali possiamo anche ammirare l’eloquenza, ma rimangono discorso orale trascritto, del quale possiamo peraltro apprezzare il valore di testimonianza del mutamento della lingua nell’arco di un secolo.

Ma queste sono considerazioni oziose: in valore assoluto, e in senso contingente. Contro il fascismo è una lettura da fare, alla ricerca dell’attualità di quanto testimoniato da Giacomo Matteotti, alla ricerca della verità. Va letta anche la prefazione di Sergio Luzzatto, che dà giusto atto di quanto «ci manca… la sua interpretazione della militanza politica quale etica del lavoro e della conoscenza». Un’azione politica fondata sullo studio e la conoscenza, “fondata sulle cose”, anziché su populismo e qualunquismo, e mossa da una turbativa su tutte: quella della disuguaglianza sociale.

Sembra un alieno, Matteotti: a leggere di lui, ed a leggere le sue parole in questo Contro il fascismo: contro il ricorso sistematico del governo fascista ai decreti-legge, contro l’attacco alla libertà di stampa del giornalismo antifascista, contro numeri truccati forniti dall’apparato di propaganda in merito alla situazione economica. Non fosse per l’italiano arcaico, sembrerebbe davvero di leggere una cronaca dei nostri giorni.  Violenze comprese: contro i lavoratori, ma anche contro chiunque osi alzare una voce dissenziente.

Invece, Giacomo Matteotti parla di intimidazione, di «perfetta organizzazione della giustizia privata», per giunta «senza che alcuna autorità si muova». Denuncia l’attacco alle conquiste civili. Parla di regioni in cui «la rivoltella è diventata il pane quotidiano», afferma «l’idilliaco consenso tra la forza pubblica e la violenza fascista: il Governo e soprattutto le sue autorità assistono impassibili allo scempio della legge».

Decisamente, va letto, Contro il fascismo. Vanno lette le parole di Giacomo Matteotti che segnò il proprio suicidio semplicemente a parole: per non riuscire a non denunciare una situazione che gli sarà certamente sembrata insostenibile, e che per ironia della sorte non era altro che il prodromo di una follia che avrebbe precipitato l’Italia ed il mondo in un incubo ben peggiore di quanto si potesse immaginare. Va letto, per trovare, per stabilire ognuno per sé un confronto sinottico tra l’ora e l’allora, tra i fatti dell’inizio del ventennio e quelli di un secolo dopo che stanno montando.

Nella speranza, tenue, che non ci sia bisogno di un nuovo Giacomo Matteotti. O, in caso contrario, che ci sia dato di trovarne uno.

«Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai».

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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