Pensando a Massimo Troisi

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Pensando a Massimo Troisi

Allora voi volete dire che il mondo intero con il mare, il cielo, con la pioggia, le nuvole eccetera, il mondo intero è la metafora di qualcosa?

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Il Postino

Isola di Procida, il cielo che si specchia nell’acqua delle due del pomeriggio, un veleggiare rovente, l’eco delle onde, due uomini che parlano di poesia. Uno di loro è nientemeno che Pablo Neruda in persona, l’altro è un postino dagli occhi di una malinconia trasparente come le acque della sua isola, alto e fragile, con i capelli spettinati al vento del sud e le mani bianche e delicate di chi della vita sa molto poco ma quel poco gli basta per sondare gli abissi e ritornare su: stiamo parlando del postino, il protagonista dell’omonimo, intramontabile film e, di conseguenza, dell’attore che lo interpreta, Massimo Troisi (San Giorgio a Cremano, 19 febbraio 1953 – Roma, 4 giugno 1994).
Descriverlo significherebbe usare le stesse parole con cui è stato presentato il postino perché una delle tante doti di Massimo era quella di sapersi autoritrarre senza sbavature in tutti i suoi personaggi, da attore di teatro quale era. E Il postino, il suo film-testamento, è forse quello che lo rappresenta meglio degli altri: un “malato di cuore” che non vuole guarire. Nel film, quando confessa al poeta di essersi innamorato, gli viene detto che un rimedio c’è e lui, di tutta risposta «Ma quale rimedio» – dice – «io voglio restare malato». E, usando una triste metafora, è stato proprio il suo cuore malato a portarcelo via troppo presto.

1994; Il Postino. Original Film Title: Il Postino, PICTURED: MASSIMO TROISI, Director: Michael Radford, IN CAST: Massimo Troisi, Philippe Noiret, Maria Grazia Cucinotta, Linda Moretti, Renato Scarpa, Anna Bonaiuto, Mariano Rigillo (Credit Image: © BUENA VISTA/Entertainment Pictures/ZUMAPRESS.com)
Il Postino

Per citare le parole della nota canzone di Faber, Massimo era uno che non poteva “bere alla coppa d’un fiato, ma a piccoli sorsi interrotti”. Scherzava spesso sulla sua malattia paragonando il suo cuore ad un orologio rotto, col tono bonario e canzonatorio che tanto faceva sbellicare il pubblico. Ma dopo il candore del sorriso c’è l’amara ricomposizione e un velo di tristezza negli occhi, la tristezza opaca che è tipica di chi ride della vita. Eppure il leggero sorriso triste di Massimo che lo faceva assomigliare ad un eterno bimbo sperduto, più che a un eterno Peter Pan, era la quiete triste di chi si sente un poeta dentro, di chi sente una pacata e inaccessibile armonia con le cose.
Dalle testimonianze dei suoi cari sappiamo che non sopportava gli eventi mondani e l’ipocrisia vuota della maggior parte dei suoi colleghi: era uno che durante le feste si stendeva su un’amaca o andava in spiaggia a passeggiare ma riservava il trambusto del suo cuore irrequieto a quei pochi che lo meritavano. Come non ricordare allora i duetti con il suo grande amico e conterraneo Pino Daniele, «Pino, facciamo quella canzone che mi hai fatto sentire, quella che fa “quando, quando”», le rumorose Annunciazioni della Smorfia, la scanzonata ironia con cui colorava i pomeriggi a Domenica In, come per ribadire agli italiani che, in quegli anni difficili, serviva solo la leggerezza di qualche risata, soprattutto di quelle fatte guardandosi allo specchio, per dimenticare, o meglio, per non piangere.

Noi lo ricordiamo così, mentre, finita l’ennesima festa mondana, gioca ai mimi dei film con i pochi amici che sono rimasti, imitando un’oca per mimare I quattro dell’oca selvaggia tra esplosioni di risate e ripetuti «Mannaggia a te!», col suono tenue della notte marina e, sopra tutti gli altri rumori, quello del suo cuore. Perché si sa, un cuore tanto grande che quasi sembra voler uscire dal petto e prendere il volo, non può che fare rumore.

Sofia Santosuosso per MIfacciodiCultura

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